giovedì, 20 giugno 2013

“Caso Catania”, politica e societa’ civile. Il giornalista Pino Finocchiaro: “Vi racconto la mia verita’”

25 giugno 2012, 10:53

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di Mirko Tomasino-Iena Vulcanica

Lunga esperienza di giornalista, e occhio critico verso il passato ed il presente. Questo è Pino Finocchiaro (nella foto), storico giornalista siciliano, preziosa firma del Giornale del Sud ed attuale redattore e conduttore di Rai News 24. Con molta schiettezza e linearità, Finocchiaro delinea il quadro a tinte fosche del “Caso Catania” facendo il punto della situazione, senza dimenticare il suo contributo offerto nella Catania criminale degli anni’80 e ’90 e i suoi protagonisti, dalla parte dei “buoni” e da quella dei “cattivi”. Com’è la Catania del 2012 rispetto a quella di vent’anni fa? E cosa è veramente cambiato o cosa rimasto inalterato? Domande a cui il giornalista catanese ha risposto con grande coerenza intellettuale e profondo spirito critico.

Pino Finocchiaro, giornalista catanese, stretto collaboratore di Pippo Fava e adesso redattore e conduttore di Rai News 24. Tra i suoi riconoscimenti anche il premio della sezione “Ilaria Alpi”, “Penne Pulite”. Cosa ne pensa del passaggio D’Agata – Salvi alla Procura di Catania? Ero un semplice redattore (pubblicista a contratto) del Giornale del Sud. Non ero tra i più stretti collaboratori di Pippo Fava. Ci siamo confrontati spesso. Da lui ho imparato moltissimo. Innanzitutto, quando ci siamo beccati una querela insieme. Moltissime altre volte quando ha mostrato di darmi fiducia sui reportage sull’eruzione di Randazzo o sul petrolchimico di Augusta. Ho un debito di riconoscenza per l’uomo molto più che per il direttore. Questo è un fatto privato. Riguarda solo lui e me.

Credo che Pippo Fava avrebbe salutato con fredda emozione e calda passione il passaggio epocale della nomina di Gianni Salvi dopo decenni di procuratori legati al “sistema Catania”. Non vuol dire che i predecessori di Salvi abbiano necessariamente violato la legge. Comunque, non sta a me appurarlo. Semplicemente, non tutto quel che è lecito è opportuno, come suggerisce il più calvinista dei calvinisti, Teodoro di Beza. Ecco, Gianni Salvi offre un opportunità “riformista” alla giustizia catanese. Non è un rivoluzionario, non è legato alle camarille locali. E’ chiamato a fare il suo lavoro. Ad applicare la legge. Contro la mafia e il cono d’ombra che ne gestisce le strategie e l’ingegneria sociale.

Hanno fatto molto discutere sul nostro sito, www.ienesiciliane.it, le interviste fatte a Riccardo Orioles e Valter Rizzo. Chi era per Lei Giambattista Scidà? “Già a contatto con l’ultimo limite che la legge assegna alla vita di lavoro dei magistrati, esprimo una certezza e formulo un augurio. I giovani che vengono ad indossare la toga sapranno esercitare la virtù, essenziale pel magistrato, del saper dire di no: del saperlo dire agli altri, e prima che agli altri a se stesso. Auguro loro il privilegio di sapere avvertire, in ogni circostanza, com’è supremamente bello il battersi per una causa difficile o disperata ma che la coscienza certifica giusta. Questo privilegio, io l’ho avuto.” Questo è Titta Scidà.

Gennaro e Tinebra. Da un lato la “chiesa” di Orioles, dall’altra quella di Rizzo e Condorelli. Cosa ne pensa Finocchiaro dei due magistrati e con chi si schiera? Una domanda che implica molteplici risposte.
Riccardo Orioles non è un parroco, non è un chierico, non è un cardinale. E’ un ex militante di Lotta Continua con il vizio della memoria ed un pezzo di sé (un po’ di cuore e un po’di cervello) finiti nella tomba a far compagnia a quel che resta di Pippo Fava. Dopo l’omicidio del Direttore, nulla è stato più come prima, per tutti. In particolare per Riccardo. Ho incontrato per la prima volta in vita mia Valter Rizzo sul finire degli anni ‘70 nella storica sede del Pci e della Fgci di via Carbone a Catania. Ampia sede, 22 vani su tre piani, acquistata dal gruppo Costanzo. Il Cavaliere incassò solo una dozzina di milioni di lire dalla Diocesi catanese del Pci guidata dalle brillanti menti della famiglia allargata Laudani-Scuderi. Pochi milioni e molta benevolenza. Valter Rizzo non faceva ancora il giornalista. Era un dirigente della Fgci catanese. Io, scrivevo per il Popolo e la Discussione, ero un dirigente del movimento giovanile della Democrazia Cristiana. Il mio segretario era Raffaele Lombardo. Antonio Condorelli è stato segretario nazionale dei giovani della Fiamma tricolore: il padre è stato candidato sindaco per quel movimento a Catania. Fatte le debite presentazioni, nessuno di noi può, vuole o deve rivendicare verginità politiche d’alcun tipo. Mi sono schierato pubblicamente contro l’inciucio Lumia-Lombardo in presenza di Beppe Lumia alle celebrazioni per l’anniversario dell’uccisione di Pippo Fava a Palazzolo Acreide nel 2010. Ho pubblicato la foto che ritrae il giudice Gennaro, nemico giurato di Lombardo, l’anno dopo. Se qualcuno volesse ombreggiare la verità con ulteriori dubbi, a metter in fuga ombre e dubbi basterebbe il riascolto del mio intervento del 5 gennaio 2011 a San Pietro e Paolo. Lì esortavo la società civile a ribellarsi contro l’ipotesi che la corsa per la guida della procura catanese si riducesse al duello tra un pm fotografato a colazione con un imprenditore al servizio di Cosa Nostra e un procuratore generale che aveva quanto meno sbagliato tutto nelle indagini sulle stragi provocando un ritardo di almeno vent’anni nell’accertamento della verità. E se ancora non bastasse. C’è un mio articolo sui Quaderni dell’Ora in cui spiego perché ritengo equamente inopportune le candidature di Gennaro e Tinebra. Infine, propongo un nome diverso da quello di Gianni Salvi. Per quel che mi riguarda, Gennaro e Tinebra sono due facce della stessa medaglia. Son felice che almeno per una volta la moneta sia rimasta dritta in piedi, offrendoci una prospettiva del tutto diversa, tutta da esplorare. Gianni Salvi rappresenta una grande opportunità. La svolta impressa in diverse indagini, inclusa quella sui fratelli Lombardo, di questi giorni, ne è la prova tangibile.

In che modo e con quali inchieste ha combattuto la mafia a Catania? I giudici e le forze dell’ordine combattono la mafia. Noi narriamo gli eventi. Talvolta, come nel caso dei “consigli per gli acquisti” alla Standa di Berlusconi ho preceduto di anni le inchieste della magistratura. Anche in quel caso ho agito per amore di verità. Ho ascoltato una fonte. Verificato la notizia. Approfondito i dettagli. La fonte era attendibile, riservatissima e autorevole. La notizia vera, autentica, rilevante. Ho pubblicato tutto alla fine degli anni ‘80. I fatti mi hanno dato ragione. E’ stato uno dei primi contributi alla comprensione del peso dell’ala politica di Cosa Nostra. A quel tempo tutte le inchieste erano mirate a contrastarne l’ala militare.

Come mai ha deciso di lasciare la città e trasferirsi a Roma? Sono stato licenziato e dovevo portare il pane a casa. Qui non riuscivo ad avere un contratto, neppure di sostituzione. Ho seguito a Napoli un corso di video giornalismo promosso dall’associazione Siciliana della stampa. Per accedervi ho sostenuto e superato esami scritti e orali. Completai il corso. Fui tra i cinque ammessi allo stage in Rai a Roma. Di quei cinque, solo due rimanemmo per i primi contratti di sostituzione. Iniziò così un lungo itinerario nei bacini di precariato che portò all’ assunzione in base agli accordi stipulati collettivamente con l’azienda. Un percorso duro, chiaro e trasparente. Di necessità, virtù.

Sulla foto che ritrae Gennaro in compagnia di Rizzo, prestanome dei Laudani, scrive di Lei Valter Rizzo: “Siccome sono uno che fa domande, mi chiedo: perché un familiare di un mafioso scattava di nascosto quella foto? Forse per avere un’arma di ricatto contro un magistrato pericoloso? E ancora, chi ha passato, vent’anni dopo, quella foto – proprio mentre Gennaro indagava Lombardo e Virlinzi – al signor Pino Finocchiaro? Se quella foto era verosimilmente in mani mafiose con quali fonti hanno trattato questi signori? Che rapporti hanno? Servono quali interessi? Le domande le ho fatte da tempo, le risposte le sto ancora aspettando”. Saprebbe rispondere ai suoi interrogativi? Non conosco il geometra Antonio Finocchiaro, padrone di casa alla festa di cresima , inquadrato nella foto con il pm Giuseppe Gennaro e il costruttore Carmelo Rizzo di cui era socio di fatto. Non mi risulta che il geometra Finocchiaro sia mai stato indagato per mafia. Mentre è certo che a coordinare le indagini sul clan Laudani e il loro prestanome Carmelo Rizzo fosse proprio Giuseppe Gennaro. Siccome Giuseppe Gennaro aveva ed ha il dovere istituzionale di sapere se i costruttori Finocchiaro e Rizzo fossero contigui al clan Laudani – a prescindere dalla circostanza del tutto casuale che entrambi gli abbiano costruito la villa – è proprio all’ex presidente nazionale dell’Anm che Rizzo dovrebbe rivolgere le prime due domande. La foto. Quella foto era nelle mani di almeno due o trecento persone. L’avevano ricevuta per posta o per e-mail. Nessuno di loro ha avuto il coraggio di renderla pubblica. Tra i catanesi che scrivono – a prescindere dall’argomento – penso di essere stato il solo a non riceverne una copia. Appena ho saputo dell’esistenza di quella foto ho trovato il modo di ottenerne una copia da mani che con Cosa Nostra nulla hanno a che fare. Ovviamente quelle mani hanno un volto e un nome. Onorati. E non intendo tradirli. Personalmente, servo solo l’interesse della verità. Quanto alla fonte. La legge istitutiva dell’ordine mi impone di tutelare le fonti. E’ imbarazzante che un iscritto all’Ordine dei Giornalisti chieda pubblicamente ad un altro giornalista di rompere il patto di tutela e riservatezza della fonte. Un obbligo morale ancora prima che etico, per di più dettato dalla legge. Ovviamente, il pm può intimarne la rivelazione per motivi strettamente attinenti all’inchiesta. Ma Valter Rizzo non è un pm, non è neppure un giudice. Mi corre l’obbligo di una citazione, di un vero giudice, di quel Paolo Borsellino che dopo l’ennesima telefonata dell’allora capo della polizia Vincenzo Parisi, esclamò: “Ma questo che minchia vuole da me?”.

Attualmente, nella sua Catania, chi secondo Lei si occupa tra i colleghi di combattere Cosa Nostra? Tutti quelli che scrivono con la coscienza netta, la schiena dritta e la testa alta. Sono numerosi. Non cercano attestati di merito. Non importa che scrivano “contro” Cosa Nostra. E’ importante il contributo alla verità.

Cosa ne pensa della svolta di Confindustria siciliana nei confronti della mafia? Le intenzioni sono buone. I risultati un po’ meno. I proclami non bastano.

Tracci un bilancio degli ultimi vent’anni a Catania. Cosa secondo Lei è cambiato e cosa è rimasto intatto? E’ cambiato il capo della Procura. Il merito è della società civile scesa in piazza per attirare l’attenzione del Csm sullo sconcerto della Città. A guidare quei passi furono le urla nel silenzio di Titta Scidà. Il procuratore Gianni Salvi si è schierato con la meglio gioventù di Catania partecipando alle celebrazioni nell’anniversario dell’omicidio di Pippo Fava. La prima volta in poco meno di trent’anni: Mario Ciancio si prepara a cedere il passo per ragioni anagrafiche. La zona grigia. La vera mente del sistema mafioso catanese di cui Cosa Nostra rappresenta solo l’apparato militare ha raffinato le capacità di selezione della classe diligente da inserire nei gangli vitali della città. L’ingegneria sociale funziona molto meglio del mitra. La vera arma dell’Onorata Società è il consenso. Tutti quelli che non obbediscono a questa logica vanno debellati. Mi preoccupa la Catania del futuro. Il patto politico-affaristico sugli investimenti miliardari in Corso dei Martiri. Patto garantito da due famiglie storicamente egemoni: lo studio Scuderi per la sinistra, lo studio Pogliese per la destra. Mi preoccupa che si spacci per rinnovamento il nepotismo con la candidatura per il centro sinistra di un rampollo della famiglia Scuderi e per il centro destra del rampollo dei Pogliese. Mi preoccupa che si torni a fare il nome di Enzo Bianco nonostante l’evidenza del patto politico-gestionale con il centrodestra di Castiglione e Firrarello. Quanto ai Lombardo, uno stacco di due-tre generazioni non farebbe male né alla politica né alla città. Né ai Lombardo. E’ rimasto intatto il servilismo delle classi diligenti. Intatto, il fatalismo. Catene difficili da spezzare. L’unica vera ribellione consiste nella scrittura. L’unico ruggito che da secoli sovrasta e confonde gli schiamazzi di iene e sciacalli. Che pur ci assediano.

11 commenti »

  • Caro Pino, non sapevo del tuo passato nella Dc guidata da Raffaele Lombardo, riguardo al tuo accostamento con i miei trascorsi sottolineo che sono orgoglioso di mio padre, dei suoi insegnamenti e di avere avuto lui come punto di riferimento e non Raffaele Lombardo durante la mia crescita giovanile nel mondo della destra sociale e a casa.
    Poi iniziando a scrivere ho compreso che per raccontare i fatti, la visione di parte, destra o sinistra che sia, rischia di porre dei limiti, ma è solo un’opinione. In ogni caso penso che lottare per i propri ideali sia importante, il mio unico ideale adesso è la lotta al sistema…da giornalista

    Comment by Antonio Condorelli — 25 giugno 2012 @ 12:52

  • Caro Antonio, ero io il riferimento per Raffaele Lombardo. Poi ha voluto fare da solo. Vedi il risultato? Da cronista a cronista.

    Comment by Pino Finocchiaro — 25 giugno 2012 @ 14:00

  • Ci sono le origini. Chi stava con chi, che compagni di strada aveva.
    Pino Finocchiaro riferisce del nostro primo incontro. Tutto vero, a parte il fatto che lui nell’occasione specifica non scriveva quel pezzo per il Popolo o per la Discussione, ma per Espresso Sera, di proprietà di Ciancio e diretto di fatto da Salvo Barbagallo, un personaggio tra i più ambigui che abbiamo attraversato la storia dell’informazione catanese. Questo solo per la cronaca.
    Ci sono poi i compagni di strada. Finocchiaro ha scoperto che ero e sono comunista. Complimenti. Un vero segugio. Sono stato iscritto, e ne sono orgoglioso, alla Federazione Giovanile Comunista Italiana e poi al Pci guidato in Sicilia da Pio La Torre e a livello nazionale da Enrico Berlinguer.
    Finocchiaro stava invece nel partito di Salvo Lima, di Giulio Andreotti, di Vito Ciancimino e Rino Nicolosi, stava gomito a gomito con Raffaele Lombardo. Buona parte dei suoi amici e protettori sono finiti in galera, oppure sono sotto inchiesta per mafia. I miei compagni di allora no. Quindi le nostre storie sin da questo non sono comparabili.
    E’ verissimo che ero e sono amico di Adriana Laudani, ciò non mi ha impedito di criticare il ruolo di Andrea Scuderi, l’ex marito di Adriana, nella vicenda di Corso dei Martiri, critiche più pesanti le ho riservate a Giuseppe Berretta (che mi ha tolto il saluto) che con tali conflitti di interessi non può neppure pensare di candidarsi.
    Vorrei ricordare a Finocchiaro che Adriana Laudani è stata l’avvocato che ha coraggiosamente sostenuto, insieme a Fabio Tita e Vincenzo Scudiero, la parte civile al processo in morte di Giuseppe Fava. Questi sono i miei amici. C’è una bella differenza tra aver frequentato Pio La Torre, Adriana Laudani e Franco Cazzola e aver frequentato Rino Nicolosi e Raffaele Lombardo.
    Finocchiaro, come fa sovente, si dichiara amico intimo dei morti (in questo caso Fava). Per anni ha raccontato della grande amicizia tra lui e Fava, si è permesso di scrivere su Il Dito anni fa che aveva con Fava un rapporto più intimo, pensate, di quello che Fava aveva con il figlio Claudio. La cosa incredibile è che ci hanno creduto in tanti. Oggi finalmente, a mezza bocca e con evidente imbarazzo, ci dice che non era tra i collaboratori vicini a Fava. Meglio tardi che mai! Ma dicesse allora con chi collaborava strettamente al Giornale del Sud. Se non se lo ricorda provo a dargli un aiutino facendo il nome ad esempio di Alfio Spadaro. Ai lettori ricordo che al Giornale del Sud vi era una sorta di redazione parallela voluta dall’editore (Graci) per fare le scarpe a Fava, tale simpatica congrega venne affidata proprio alle amorevoli cure di Spadaro, con la supervisione dell’avvocato Tirrò. Se Finocchiaro non era, come egli stesso finalmente afferma, tra i collaboratori di Fava a chi faceva riferimento? Da chi era stato portato in quel giornale? Da chi prendeva ordini in redazione?
    Lui ha bisogno di raccontare le cose con qualche aggiustatina (a proposito per quanto abbia controllato non trovato nel Premio Ilaria Alpi una sezione dedicata a “Penne Pulite” e Finocchiaro non figura nell’albo dei vincitori dell’Alpi… evidentemente si tratta di un altro premio), perchè ha un bel po’ di cose che è meglio non vengano ricordate. Il gioco sovente funziona. La gente spesso sta ad ascoltare con la bocca aperta, quasi mai controlla. Poi basta entrare a far parte della corte giusta, della chiesa giusta (a proposito vorrei ribadire all’ottimo Tomasino che non appartengo ad alcuna Chiesa), e in questo Finocchiaro da buon democristiano ha mostrato un talento insuperabile.
    Ad esempio meglio non parlare di chi lo ha fatto assumere alla Gazzetta del Sud o ancora chi ha fatto si che gli venisse affidato l’ufficio stampa del Teatro Massimo Bellini…
    Il personaggio è mutevole, anzi mutante. Oggi va a i cortei pacifisti e si sbraccia contro i militari. Lo ricordo bene, e non solo io, quando si presentava in uniforme da tenente della riserva in redazione alla Gazzetta del sud e giocava con i gusci delle granate che usava come sopramobili.
    Una notarella finale sempre sul passato. Finocchiaro, che ogni tanto assomiglia al Miles di Plauto, come dire la spara grossa, nell’intervista scrive di avere anticipato alla fine degli anni ottanta le inchieste del Palazzo di Giustizia, spiegando ai magistrati chi e perché aveva dato fuoco alle sedi Standa di Berlusconi. Davvero bravo, tanto di cappello. Riesce a spiegare i fatti addirittura prima che avvengano: i roghi si accesero solo a metà gennaio del 1990, ma lui già alla fine del decennio precedente aveva spiegato tutto grazie alle sue misteriose fonti che gli dicono chi come e perchè. Altro che Pulitzer, devono dargli il Premio Nostradamus!

    Parliamo del presente e della foto di Gennaro. Non faccio il Pm, ci mancherebbe, ma le domande – Finocchiaro forse non ricorda questo particolare – prima dei Pm devono farle i giornalisti. E io il giornalista faccio, dunque faccio domande, soprattutto faccio quelle scomode. Le ho fatte e prendo atto che Finocchiaro non risponde, così come non ha risposto Orioles.
    Soprattutto facendo il giornalista non raccatto lettere anonime e foto da fonti anonime. Le mie fonti sono sempre state pulite. Non ho mai preso materiale di provenienza dubbia, non ho mai pubblicato nulla di cui non sapessi l’origine.
    Finocchiaro dice che quella foto gli è arrivata da mani onorate. Non ne dubito, anzi direi onoratissime. La fotto era di verosimilmente nelle mani di uomini d’onore, visto che a scattarla sono stati i famigliari di Rizzo, il prestanome del clan Laudani e dunque esso stesso mafioso, ma all’epoca della foto assolutamente sconosciuto alla giustizia (le indagini di cui parla Finocchiaro partono molti anni dopo la foto). Non abbiamo certezze sul perchè venne scattata, forse una trappola per ricattare Gennaro, ove ve ne fosse stata la necessità. Non lo sappiamo. E’ certo che nei cassetti di quella famiglia è stata custodita per vent’anni e solo da quella famiglia poteva esser veicolata. Non è mai stata sequestrata, non e mai finita in un fascicolo giudiziario. I famigliari di Rizzo l’hanno concessa in cambio di cosa o in seguito a quali pressioni? Non ci è dato saperlo.
    Dunque il signor Finocchiaro o spiega di chi sono le mani “onoratissime” di cui parla, oppure ci autorizza a pensare solo due cose.
    La prima: lui pubblica qualunque cosa gli arrivi, insomma non è un giornalista, ma una sorta di buca delle lettere.
    La seconda: Finocchiaro conosce benissimo chi gli ha consegnato la foto, scattata e conservata dalla famiglia di un mafioso, quindi ha trattato con persone vicine a Cosa nostra o che con Cosa nostra potevano a loro volta trattare.

    La foto dice Finocchiaro col suo solito gusto per l’eccesso è stata nelle mani di due trecento persone, lui è stato l’unico a non averla. Lo voglio rassicurare. Neppure io ho avuto questo onore. So per certo che circolavano in quei giorni plichi anonimi, roba da corvi insomma, e che almeno ad un collega è stato rimproverato sul web di non pubblicare il contenuto del plico anonimo che gli era stato inviato. Evidentemente chi gli faceva tale contestazione era a conoscenza del contenuto e in una corrispondenza di solito a conoscere il contenuto sono solo in due: mittente e destinatario. Il collega in questione, se vorrà potrà essere più preciso.
    Finocchiaro cita Borsellino e si chiede: “che minchia voglio”? Semplice, che dica la verità. Ho titolo per fargli queste domande o mi vuole dare delle sbirro (la parola non mi offenderebbe comunque)?
    Sta di fatto che mentre Tinebra scendeva in campo per tentare di diventare Procuratore a Catania e scoppiava la polemica sulle indagini per mafia condotte da Gennaro su Raffaele Lombardo e quelle sempre di Gennaro per lo scandalo di piazza Europa che coinvolgevano Virlinzi, Pino Finocchiaro, vecchio compagno di merende politiche di Lombardo, pubblica la foto che avrebbe dovuto incastrare il magistrato. Certo che a volte le coincidenze sono davvero curiose.

    Ps.
    Leggo che Finocchiaro ci riserva un altro scoop. Ai tempi della Dc – ci dice – non era Raffaele Lombardo il riferimento per Finocchiaro, ma era Finocchiaro ad essere riferimento per Lombardo. Mi permetto di citare per la seconda volta su questo sito Totò: “Ma mi facci il piacere…mi facci!”.

    Comment by D. Valter Rizzo — 25 giugno 2012 @ 21:19

  • “Ma chistu chi minchia voli ri mia”?

    Comment by Pino Finocchiaro — 25 giugno 2012 @ 23:56

  • Caro Finocchiaro, visto che l’avete messa in politica, sai che ti dico? Dieci, cento, mille Franco Condorelli Caff, campione di coerenza e di rispetto della legge che gli innominabili della Dc. Non a caso Antonio Condorelli è venuto su abbastanza “dritto” con la schiena, giusto per prendere in prestito un termine di un grandissimo giornalista che, a mio parere, risponde al nome di Valter Rizzo.

    Comment by Fabio — 26 giugno 2012 @ 00:00

  • Se Finocchiaro ancora non ha capito cosa voglio delle due l’una: o fa finta, o è proprio di coccio! Risponda alle mie domande e dica la verità. Semplice no?

    Comment by D. Valter Rizzo — 26 giugno 2012 @ 02:07

  • bel papellone.. ma sono polemiche da paese

    Comment by giovanni — 26 giugno 2012 @ 02:11

  • Bene. Ora che i signori giornalisti, con sfoggio di incisiva dialettica, si sono confrontati, sarebbe cosa buona e giusta ritornare sul “caso Catania”, quello strutturalmente storico, nelle ricadute e nelle pertinenze.

    C’è, come consolidato da tanti anni, il Report annualmente redatto da “ Il Sole 24 ore” che misura la vivibilità tra le province italiane ( ora diventate 107). Nell’ultimo, relativo al 2011, la provincia di Catania occupa la 96° postazione. Riguardo i vari parametri in esame: su “ Tenore di vita si è al 101; su “ Servizi, ambiente e salute” all’ 86; su “ Affari e Salute” al 90; “ Ordine pubblico”, 80; “ Popolazione”, 100; “ Tempo libero”, 71. Brilla in particolare l’ultimo posto – 107 – sull’ecosistema urbano ( indice Legambiente – si riferisce a Catania città -), nella voce “ Servizi, ambiente e salute”. Inoltre salta all’occhio il 97° posto per estorsioni e il 107° per furti d’auto ( nella voce “ordine pubblico”.
    Riguardo l’occupazione lavorativa, “ risplendono” i tantissimi precari e i molti giovani laureati ( tranne gli addetti all’assistenza sanitaria e legale) che da anni hanno ripreso la strada dell’emigrazione, come all’antica con il vapore, per sparpagliarsi nel lungo e nel largo della beneamata Madre Terra.
    E’ il quadro di una provincia – capoluogo e contesto complessivo – devastata e drammaticamente sofferente. Se si guardano i Report all’indietro nel tempo, il quadro di desolazione è fortemente consolidato; punto più…. o punto in meno, Catania occupa sempre le ultime posizioni.
    E lasciamo stare le molteplici “amenità”, pure pinzillacchere, come le diffusissime piccole estorsioni quotidiane dei posteggiatori o la frutta venduta a go-go sulle strade a tiro di tubo di scarico. Vicende di folk, tanto per attrarre i turisti. Su questo e tant’altro non esistono ancora graduatorie nazionali.
    E, poi, meglio non parlare dei quartieri abbandonati e del degrado imperante….per “carità di patria”, che poi, offesi nell’onore, escono fuori gli “amo Catania”.

    Poi c’è il culto della cementificazione. Vera gioia per gli esteti e per gli appassionati. Mentre il Piano Regolatore della città continua a dormire tranquillo i cultori approntano le nuove colate…..così tanto per gradire. C’è n’è per tutti i gusti: dal martoriato centro cittadino: da quello del Corso Martiri della Libertà ai trivellamenti in città; dalla costa nord , detta “lungomare” tra le due piazze, a quella sud…..giù, giù fino alle foci del Simeto. Tanto, tutto fa brodo, di cemento. Giusto per terminare la recinzione, al pubblico uso dei cittadini, di tutta l’area costiera che si affaccia su Catania. Ci vuole proprio una bella e totale gabbia di cemento.

    Poi, c’è ultimissima. Il freschissimo “Piano per le città” , lanciato dal governo nazionale. A leggere le cronache il signor sindaco di Catania dentro i preventivati progetti per cento milioni ci mette anche, per 40 milioni, la realizzazione di cinque parcheggi scambiatori. Per scambiare con chi e che con cosa nulla è da sapere. L’esperienza consolidata in materia nulla insegna…….anzi si rilanciano le “cattedrali nel deserto”.
    E dire che potrebbe essere un’occasione prioritaria per realizzare quanto di minimo necessario in termini di prevenzione e di infrastrutturazione fondamentalmente necessarie sul costante rischio terremoto che caratterizza la nostra area.

    Ma almeno un milione di euro, o giù di li, non potrebbe essere dedicato alla sicurezza pedonale, al rifacimento ( con i requisiti come dio comanda) di tutti i passaggi pedonali catanesi? Si è all’abbandono più assoluto. Tutti soffriamo di costante itterizia…..per la paura ad attraversare.

    Passo e chiudo.

    domenico stimolo

    Comment by domenico stimolo — 26 giugno 2012 @ 21:08

  • Caro Domenico,
    Il Caso Catania è frutto dell’acquiescenza ai padroni della città. Solo citare i nomi di Gennaro, Laudani, Scuderi, Pogliese, scatena la macchina del fango. Un non giornalismo fatto di falsità, ingiurie, improperi. Me ne sono fatto una ragione, da tempo. I macchinisti del fango, facciano altrettanto. Il tuo contributo ci riporta alla realtà. Grazie.

    Comment by Pino Finocchiaro — 26 giugno 2012 @ 23:37

  • Padroni della città come quelli che Finocchiaro ha servito almeno fino a che ne ha avuto un tornaconto. Padroni come Rino Nicolosi. Ricordare la verità e’ macchina del fango? Ricordare le sue amicizie e le sue frequentazioni e’ insultarlo? Capisco che, come tutti i riciclati, preferirebbe il silenzio, sarebbe piu’ comodo per coprire le sue millanterie, ma visto che vuole fare la morale a chi non puo’ farla si espone al rischio della memoria. Se provoca patisce le conseguenze ed e’ patetico che faccia la vittima e strilli come una vergine stuprata dai barbari.. Perché Finocchiaro non prova a smentirmi con i fatti non col vittimismo? Lo sfido a farlo. Fargli domande vuol dire fare “non” giornalismo? Mi pare giusto che parli di macchina del fango, ha mostrato di avere una certa competenza in materia raccattando quello che usciva dai cassetti di una famiglia mafiosa. Non mi tappa la bocca e non mi intimidisce. Ho la memoria lunga… Forse troppo lunga per qualcuno. Finocchiaro si
    ffaccia una ragione anche di questo.

    Comment by D. Valter Rizzo — 27 giugno 2012 @ 01:59

  • Per Stimolo, concordo su tutto, ma credo che qui si stia discutendo di ben altro. I temi che poni meritano una diversa e piu’ ampia sede di discussine.

    Comment by D. Valter Rizzo — 27 giugno 2012 @ 02:03

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