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Socialisti e comunisti: storie da "cane e gatto"

Politica   Martedi, 17 novembre 2020

La storia dei rapporti tra socialisti e comunisti è densa di contrasti e conflitti laceranti sin dalle origini all’interno del movimento operaio e poi dopo la scissione di Livorno del Partito Comunista d’Italia, divennero infuocati con insulti, epiteti e scomuniche davvero incredibili specie da parte dei comunisti. I socialisti vennero definiti quasi subito dal Comintern “socialfascisti” e alla morte nel 1932   di Filippo Turati, un padre fondatore del socialismo italiano , Palmiro Togliatti lo ricordò con un’acredine e un odio a dir poco sorprendente. Le sue parole sono pietre di un tipico inquisitore vassallo di Mosca e invece di ricordarne i meriti lo screditò.

“Nella persona e nell’attività di Filippo Turati”, scrisse su “Lo Stato Operaio” Il Migliore, “si sommano tutti gli elementi negativi, tutte le tare, tutti i difetti che sin dalle origini viziarono e corruppero il movimento socialista italiano, che lo condannarono al disastro, al fallimento, alla rovina. Per questo la sua vita può bene essere presa come simbolo e, come un simbolo, anche la sua fine. L’insegna sotto cui questa vita e questa fine possono essere poste è l’insegna del tradimento e del fallimento. Nella teoria Turati fu uno zero. Quel poco di marxismo contraffatto che si trova nei primi anni della Critica sociale non fu dovuto a lui.

Dei vecchi capi riformisti egli fu il più lontano dal marxismo, più ancora di Camillo Prampolini (…), fu un retore sentimentale, tinto di scetticismo, e per questo, nelle apparenze, un ribelle (…). Le famose frasi lapidarie di Turati (…) sono dei motti, delle banalità, delle cose senza senso alcuno (…). Organicamente egli era un controrivoluzionario, un nemico aperto della rivoluzione (…). Turati fu tra i più disonesti dei capi riformisti, perché fu tra i più corrotti dal parlamentarismo e dall’opportunismo. Serrati era unitario per uno sciocco sentimentalismo. Turati lo era per astuzia, per calcolo opportunista, allo scopo di potere continuare a penalizzare ogni azione dei rivoluzionari (…). La sua andata al Quirinale avvenne con venti anni di ritardo. La borghesia, per conto della quale egli aveva fatto il poliziotto, il crumiro e predicato viltà, non aveva più altro da dargli che il calcio dell’asino (…). Noi fummo e rimaniamo suoi acerrimi nemici, nemici di tutto ciò che il turatismo è stato, ha fatto, ha rappresentato”.

Togliatti non fu meno tenero nei confronti di Pietro Nenni e nel  1933, anche dopo la denuncia  del leader socialista del comportamento inammissibile dei settanta deputati socialdemocratici tedeschi che in una seduta del 17 maggio 1933 votarono a favore della politica estera di Hitler.  Togliatti li giustificò poiché si tentava in tutta Europa di portare avanti la politica dei fronti popolari a guida comunista con i socialisti in posizione subordinata e succube.

Per  Nenni i socialdemocratici tedeschi erano  afflitti dal virus del collaborazionismo, che applicavano anche ad Hitler,mentre non la pensava cosi Togliatti che criticò Nenni dicendo che“la funzione cui adempie Pietro Nenni con le sue frasi di condanna dei socialdemocratici tedeschi è quella d’ingannare gli operai nascondendo loro ciò che realmente sta accadendo e alimentando la propaganda controrivoluzionaria contro l’Unione dei soviet”. Il giudice, invece, su Giuseppe Saragat il giudizio fu  durissimo che venne  definito con cattiveria gratuita e cinismo cruento “un Carneade del movimento operaio italiano, un rigattiere, un truffatore, così come tutti i capi socialdemocratici i quali si muovono sullo stesso binario ideologico su cui si muove il fascismo”. Sempre su “Lo Stato operaio” scrisse sull’adesione al Psi di Tasca: “Guidando a grande andatura il plotone socialfascista di testa, a quest’opera si accinge oggi assieme a Pietro Nenni e Giuseppe Saragat, il rinnegato Angelo Tasca”.

Il linguaggio che utilizzò il compagno Togliatti è sempre stato tipico di chi si sentiva portatore della verità assoluta ,al di sopra di tutti che taccia di eresia chiunque si opponga alle tesi della Terza Internazionale. Gli attacchi ai socialisti si rafforzarono quando dopo il patto Ribbentrop-Molotov tra la Germania nazista e l’Urss comunista, che spianò la strada a Hitler per la spartizione della Polonia e per l’ avvio della seconda guerra mondiale. Infatti tra il 1939 e il 1941 quando Hitler attaccò l’Unione Sovietica di  Stalin, i rapporti tra comunisti e socialisti divennero roventi.  Nel Psi Nenni fu messo in minoranza da Tasca, Morgari e Saragat che costituirono un nuovo direttorio. Tra socialisti e comunisti il Psi pose una pregiudiziale di natura “morale” e in una riunione del Consiglio nazionale del 1 settembre fu dichiarato decaduto il patto d’unità d’azione tra socialisti e comunisti. Vi furono per la verità personalità politiche quali Tasca, Modigliani e Faravelli, che ebbero sempre forti riserve sulla camicia di forza rappresentata dal patto d’unità d’azione coi comunisti, mentre per la verità Saragat, l’aveva invece sempre accettata anche se malvolentieri.

Però in seguito al cinico patto russo-tedesco, anche il futuro Presidente della Repubblica, passò tra gli oppositori del patto avallato da Nenni. Infatti nel  Consiglio nazionale del 27 e 28 aprile del 1940 Nenni fu  escluso anche dalla Direzione divenendo oggettivamente una vittima del tradimento dell’Urss che scesero a compromessi con i nazisti. I  comunisti non si persero d’animo e furono pronti a giustificare qualsiasi cosa anche questa nuova e imprevista svolta dei compagni sovietici. Cosicché   ritornarono a professare la vecchia equazione “democrazia uguale a fascismo”, e , dunque, a non manifestare nessuna differenza tra i due sistemi e a dichiarare l’assoluta inutilità dei fronti popolari per la lotta antifascista.

I socialisti posero fine a qualsiasi collaborazione coi comunisti e ritennero  assolutamente “inammissibile la permanenza nel partito di quei compagni che non accettassero questa direttiva”. Nenni si trovò in grave difficoltà e fu  in bilico  nel rimanere dentro il partito socialista  poiché non rinunciò all’idea della lotta unitaria del movimento operaio contro il fascismo, che rimaneva  a suo giudizio l’unica arma che poteva sconfiggerlo. Rischiò , quindi, l’espulsione dal suo partito che gli fu evitata per l’intercessione di Saragat e di Modigliani, i quali temettero che l’accusa di essere “ filo bolscevico” gli potesse costare la vita.

I comunisti di tutti i paesi si uniformarono alle direttive del Comintern che valutava   la guerra come “uno scontro tra imperialismi e attribuiva alla Francia e alla Gran Bretagna le maggiori responsabilità nella provocazione del conflitto”. Il   governo francese mise fuori legge il Pcf, i suoi parlamentari furono privati del seggio parlamentare e numerosi dirigenti vennero arrestati. Dunque questo fu il principale motivo perché non vi fu un’emigrazione di esuli comunisti italiani oltralpe , in quanto interdetti di fatto ad andare  in Francia. L’unico comunista che si oppose al Patto Russo- Tedesco fu Umberto Terracini, che venne politicamente perseguitato e poi espulso dal partito. In cella per antifascismo dal 1928, confinato a Ponza e a Santo Stefano, ai compagni comunisti fu vietato di rivolgergli la parola. Rientrerà nel partito solo nel 1943, quando era profugo in Svizzera, senza che la sua vicenda politica fosse stata resa pubblica e senza critiche e nemmeno autocritiche.

Rosrio Sorace.

di Rosario Sorace Data: Martedi, 17 novembre 2020

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