memoria storica

Mafia e Antimafia "furente" contro Avola: quando Avola era "buono". Raccontano "I Siciliani Giovani" che....

Cronaca   Giovedi, 29 aprile 2021

Dopo la tramissione di ieri sera a La7, con al centro l'intervista di Michele Santoro del collaboratore di giustizia Maurizio Avola avente ad oggetto la strage di via D'Amelio, si è scatenato sullo stesso un piccolo, grande "inferno". Accuse di tutti i tipi per lui. E magari, con modalità e toni diversi, per Michele Santoro (notizia!).

Ma anni fa, per chi ricorda e vuole ricordare, capitò che Avola fosse forse oggetto...di un tentativo di depistaggio. Almeno così fu denunciato proprio da Claudio Fava e da "I Siciliani". 

Ricordiamo allora...ecco (mentre il "Partito della Trattativa" con le sue "scelte di vita" trova nuove occasioni per ricompattarsi).

fonte: https://www.isiciliani.it/come-simbavaglia-una-citta/#.YIrVi7UzY2w 

"...Il caso Avola (1994)

Giovedì 2 giugno 1994, in prima pagina, «La Sicilia» informa che il pentito Maurizio Avola s’è accusato, in un sol colpo, di avere ucciso Pippo Fava e di avere fatto parte del commando che sparò al generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Quest’ultimo particolare, sottolinea il quotidiano cittadino, non è per nulla credibile: «all’epoca il killer santapaoliano aveva appena ven­tun anni, e soltanto un anno dopo venne fatto “uomo d’onore”». Conclusione: Avola – proprio per es­sersi autoaccu­sato di un delitto che mai avrebbe potuto commettere – potreb­be essere uno dei pentiti infiltrati «per delegittimare l’intero si­stema dei collaboratori» di cui, qualche giorno prima, aveva parlato Roberto Maroni, ministro dell’Interno del governo Ber­lusconi.

La cronaca della vicenda, nelle pagine interne del giornale, è firmata da Salvatore Pernice, corrispondente da Messina. I toni dell’articolo riflettono l’impostazione della prima pagina: Avo­la ha parlato di Fava e ha parlato del generale dalla Chiesa; non è tuttavia probabile che abbia partecipato alla strage di via Ca­rini; dunque c’è più d’un dubbio che sia un pentito credibile. Il messaggio insomma è chiaro: a questo signore, a conti fatti, è bene non credere.

In realtà Maurizio Avola, ai magistrati, sta dicendo molte cose. Sta ri­costruendo le dinamiche criminali del commando che spa­rò a Fava. Sta anche fornendo elementi per incriminare per ma­fia il cavaliere del lavoro Gaetano Graci. E su quest’ultimo, ad­dirittura, le indagini vanno anche oltre: Graci verrà presto iscritto nel registro degli inda­gati anche nell’inchiesta sull’uccisione di Giuseppe Fava. L’ipotesi che, per la prima volta, i magistrati arrivano a formulare è che possa essere stato mandante dell’omicidio. Un’ipotesi, però, che la giustizia non avrà il tempo per esplorare fino in fondo. Graci morirà infatti nel gennaio del 1996, prima che possa iniziare qualunque pro­cesso.

Tra gli episodi che Avola sta raccontando, però, non c’è nulla che ri­guardi la sua partecipazione alla strage di via Carini. Il pentito non si è mai accusato dell’omicidio del generale dalla Chiesa. Lo ha spiega­to in Tv, poco dopo aver letto la falsa noti­zia su «La Sicilia», il sosti­tuto procuratore catanese Amedeo Bertone. La sua denuncia è chiara: qualcuno ha messo in bocca ad Avola una castroneria, con l’obiettivo di screditarlo. Qualcu­no vuole fermare quel pentito. E magari si vuol partire da lui per screditare tutti i pentiti.

«La Sicilia» dispone di almeno un giornalista – Tony Zermo – perfet­tamente in grado di seguire le vicende di mafia. Che il pezzo su Avo­la sia affidato a un corrispondente da Messina è perlomeno strano. Anche perché a Messina, delle dichiarazioni di Avola, sono arrivati solo alcuni stralci: quelli che riguardano le accuse rivolte ad alcuni giudici catanesi. Certamente non le dichiarazioni sul delitto Fava.

E Tony Zermo, quando «La Sicilia» mette in pagina quel pez­zo, non è sicuramente in vacanza. Tant’è vero che, quello stes­so giovedì, il quotidiano «Il Giorno» (di cui Zermo è corrispon­dente) pubblica un pezzo, a sua firma, praticamente identico a quello della Sicilia

[vedi foto 6].

Uguali le notizie, ana­loghe le falsità, identico perfino qualche refuso di stampa. Non si tratta di coincidenze: il pez­zo comparso sulla Sici­lia, a firma di Salvatore Pernice, lo ha scritto in realtà Tony Zermo. Lo confermerà lui stesso quando, diversi anni dopo, sarà sentito come teste al processo per l’uccisione di Giuseppe Fava.

 

«Quel giorno di cui lei parla – dice infatti Zermo ri­spondendo all’avvocato Fabio Tita, legale di parte civile per «I Siciliani» – di sera intorno alle 21, arrivò una te­lefonata di Pernice che è il nostro giudiziarista della re­dazione di Messina. Mi dice: “Tony, qui c’è un pentito catanese che si chiama Avola […] occupatene tu perché sono tutte vicende catanesi, più o meno, ma non messi­nesi”. […] Allora scrivo il pezzo dicendo, in buona so­stanza, che c’è questo pentito Maurizio Avola che parla del delitto Fava, del delitto dalla Chiesa e dei cinque giudici catanesi […]. Lo stesso pezzo scritto per il gior­nale a firma del collega che mi aveva dato l’informativa lo diedi esattamente, non so se i refusi furono gli stessi, al “Giorno” di cui sono corrispondente».

Ma, nella redazione del giornale di Ciancio, l’inserimento di questi passaggi sul delitto dalla Chiesa non passa affatto inos­servata. Secon­do la ricostruzione pubblicata da «I Siciliani» – e mai da nessuno smentita – ne sarebbe anzi nato un mezzo puti­ferio in redazione. Già quella sera infatti si sapeva perfettamen­te che le dichiarazioni sul de­litto dalla Chiesa non erano mai state fatte. Lo ha spiegato pochi giorni dopo, al quotidiano «L’Unità», il sostituto procuratore Mario Amato: «Abbiamo detto con grande chiarezza che non era assoluta­mente vero che Avola stesse parlando della vicenda dalla Chiesa. Quello che è avvenuto non è stato casuale. Chi pubblicava sapeva perfetta­mente, per essere stato avvertito proprio da noi, che si trattava di cose false».

A incaricarsi per «La Sicilia» delle verifiche in Tribunale sa­rebbe sta­to il cronista di giudiziaria Salvatore La Rocca. Il qua­le avrebbe escluso, poi, che quella notizia infondata andasse pubblicata. La Roc­ca, a questo punto, sarebbe venuto a contra­sto con Zermo. E il capo­cronista, Domenico Tempio, lo avreb­be immediatamente “degradato” trasferendolo alle pagine pro­vinciali.

Sui giornali in edicola il 2 giugno, i due articoli di Zermo (uno dei quali, abbiamo visto, è firmato da Salvatore Pernice) sono i soli in cui si sostenga che Avola si sia accusato del delitto dalla Chiesa. «Che Avola abbia parlato dell’uccisione di dalla Chiesa non viene confermato da nessuno, anzi viene smentito» scrive invece nello stes­so giorno, correttamente, «La Gazzetta del Sud». Il cronista incarica­to (d.c., ovvero il caposervizio di Ca­tania Domenico Calabrò) non se la sente infatti di pubblicare una bufala già smentita dalla Procura. Ed avverte, anzi, che «occorre molta cautela prima di far trapelare una notizia di tale portata».

Ma il giorno dopo il quotidiano «La Sicilia» insiste imperterri­to, in prima pagina, a ripetere che il pentito avrebbe parlato an­che del ge­nerale dalla Chiesa. E «La Gazzetta» fa anche peg­gio: si scorda le cautele del giorno prima e attribuisce ad Avola (definito ormai «sedi­cente pentito») le dichiarazioni che lo screditano. Il pezzo, stavolta, non è firmato. Ma il titolo («Cosa nostra inventa i pentiti killer») la­scia intendere che il quotidia­no messinese – del quale Ciancio, tra l’altro, detiene una parte­cipazione azionaria – si è ormai allineato sulla versione Zermo [vedi foto 7]

Venerdì mattina, in una conferenza stampa, il procuratore di Catania Gabriele Alicata denuncia la manovra, sottolinea che il pentito è pie­namente credibile, torna a smentire che abbia par­lato del generale dalla Chiesa, conferma che le dichiarazioni su Fava ci sono e che si inseriscono nella pista già tracciata dalle precedenti indagini. L’arti­colo di Giuseppe Bonaccorsi, il gio­vane cronista incaricato da «La Sicilia» di seguire la conferen­za, si intitola La delegittimazione è fal­lita, e dà ampio spazio, stavolta, alle denunce della Procura. Ma nel testo scivola – non è chiaro se per svista dell’autore o, più probabil­mente, per mano di chi in redazione ha “passato” il pezzo – l’ennesi­ma, provvidenziale, velenosa inesattezza. Si parla infatti di «clamo­rose falsità attribuite al pentito sui delitti dalla Chiesa e Fava» [vedi foto 8].

Avola insomma non avrebbe mentito solo su Dal­la Chiesa, ma an­che su Fava. Neppure Zermo, che conti­nua intanto a pubblicare sul «Giorno», ha il coraggio di firmare un’affermazione così grave e contraria a ciò che da giorni va ri­petendo la Procura. Ma ai suoi letto­ri «La Sicilia» fa arrivare proprio questo messaggio: sul delitto Fava, Avola non è credi­bile.

Quattro anni dopo, quando si celebrerà il processo “Orsa Mag­giore 3”, si avrà conferma che la verità era molto semplice. Avola ha dato un contributo decisivo alle indagini sul delitto Fava. Del delitto dalla Chiesa, invece, non ha mai parlato. An­che un bambino, in cinque mi­nuti, sarebbe arrivato a compren­dere il concetto. «La Sicilia», in tre giorni, non ci è riuscita.

I contorni della gestione giornalistica del caso Avola non passa­no inosservati. Cronaca di un depistaggio, titolano «I Siciliani» nell’edi­zione straordinaria che esce pochi giorni dopo la cam­pagna contro il pentito. Il numero speciale porta in copertina la foto di Pippo Fava e, nel titolo, un solo nome: quello del cava­liere Graci.  Il quotidiano «La Sicilia», come di consueto, si al­linea dietro Zermo. L’ordine è di sopire e di troncare, e l’assemblea dei redattori lo esegue diligente­mente, pubblicando un comunicato in cui «respinge con la massima fermezza l’accusa, l’insinuazione o il semplice sospetto di prestarsi a un non meglio precisato tentativo di depistaggio delle indagini sull’omicidio di Giuseppe Fava e di delegittimazione dei collaborator­i di giustizia e del loro ruolo». In calce al comunicato dell’assem­blea, quattro righe che arrivano direttamente da Ma­rio Ciancio: «La direzione de «La Sicilia» fa propria la presa di posizio­ne dei redattori e respinge indignata il sospetto, qualun­que ne sia la provenienza, sull’impegno del giornale e sulla tra­sparenza dei conte­nuti».

Non tutti, però, obbediscono all’ordine. Tra i giornalisti che la­vorano per il gruppo Ciancio si registra una voce pubblica di dissenso. Una sola, ma dignitosa e nettissima. La si leggerà sul numero de «I Sici­liani» di luglio ’94. Che apre così la rubrica delle lettere inviate alla redazione: «Non essendo d’accordo con il documento espresso dall’assemblea dei redattori de «La Sicilia» sulla gestione della vi­cenda del pentito Maurizio Avo­la, documento che ignora diritti calpe­stati di alcuni colleghi e non invita a fare l’indispensabile chiarezza su una vicenda troppo ricca di punti oscuri, credo opportuno manife­stare la mia personale solidarietà ai giudici ed a quanti si battono dav­vero per la ricerca della verità». Firmato Enrico Escher, giornali­sta, Catania. A riprova che, anche sotto cattivi prìncipi, c’è sempre modo di serbarsi buoni cittadini..." "

https://www.isiciliani.it/come-simbavaglia-una-citta/#.YIrVi7UzY2w 

 

di ienesicule Data: Giovedi, 29 aprile 2021

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