IL POTERE E CATANIA: LA DESERTIFICAZIONE DELLA SPERANZA


Pubblicato il 17 Dicembre 2018

di iena marco benanti

 

Fra 19 giorni sarà di nuovo 5 gennaio: l’omicidio mafioso di Giuseppe Fava, una città che ormai viene raccontata da troppo tempo con vecchi schemi e contenuti. Comodi, molto comodi per chi comanda sul serio. E che non ha nessun problema a partecipare a liturgie antimafiose come l’anniversario Giuseppe Fava: non ci stupirebbe scoprire -magari fra qualche anno- che i mafiosi catanesi o magari qualche loro fiancheggiatore avevano partecipato anche loro -magari con volti contriti o ripetendo le solite liturgie- al 5 gennaio del 2019.

Oggi la mafia, intesa come fenomeno economico e sociale, non ha alcun problema a partecipare a liturgie di questo tipo: non costa nulla, anzi chi ha capito il gioco da tempo sa bene che “prenderà punti” nei “giri che contano”.

Oggi il racconto della Sicilia e di quella tragicommedia che è Catania è affidata a schemi sicuri e al riparo da ogni conseguenza seria. Il Potere ha realizzato il “miracolo” di coprirsi con armi al di sopra di ogni sospetto: la legalità prima di tutto. Anzi, più “spinge sul pedale” della legalità più è al sicuro.

La mafia militare o quella che resta di essa serve poco o nulla a chi comanda: serve magari alla produzione commerciale di saggistica o di “inchieste antimafia”.

La politica non conta un cazzo e lo sa bene: anche in questo il capolavoro del Potere è quello di alimentare continuamente “sentimenti antipolitici” in masse sempre più impoverite e prive di strumenti di critica, ancora affascinate dalla mitologia del “politico cattivo” o “ladro”. Al massimo roba di film o da serial tv.

Alla fine, resta solo il Potere per eccellenza, quello economico, al cui interno si autoalimenta il volto perbene della mafia. In questo periodo senza veri avversari: grazie alle sue macchine del consenso, a cominciare dal sistema mediatico, sta completando l’opera di distruzione dei corpi intermedi, della Politica. Lasciando soli e sempre più indifesi i sudditi di questo sistema, chiamati, non senza perfida ironia, “cittadini”. Alla mercè quest’ultimi dell’altro vero Potere che domina in Italia da decenni, cioè la magistratura organizzata come corporazione. Un Potere semplicemente senza controllo. L’idea del controllo, evocata beffardamente a piè sospinto, è di fatto sotterrata nella prassi quotidiana.

Chi comanda si chiude sempre più in cerchie ristrette, fuori da ogni reale controllo, lasciando agli utili idioti il compito di alimentare finti problemi e distrazioni di massa, a base di antifascismo da parata, antimafia da operetta o da talk show, finti allarmi, un circuito continuo di manipolazione mediatica della realtà.

Catania, da questo punto di vista, è un emblema di questi processi di espropriazione: non solo sociale, o culturale, ma concreta. Di possibilità di vita, di occasioni vere di crescita, in una parola di libertà. La città è stata depredata dalla sua “classe dirigente”, una versione accattona di una borghesia parassitaria, che ha portato al fallimento il comune e ha desertificato il tessuto economico e sociale di un territorio pieno di potenzialità mai veramente curate.

Saltati i controlli, rimanevano solo due presidi per salvarla: una magistratura e una stampa davvero indipendenti. A Catania questo non è accaduto, non è accaduto anche e soprattutto negli “anni nuovi” della “primavera politica” e della “Procura progressista”: al posto della vecchia stampa e alla vecchia magistratura conservatrici, si sono insediati i loro eredi, non le loro alternative, con il disastro conseguente.

La foto del Procuratore Salvi con l’on. Bianco alle “nozze democratiche “in un castello della provincia siciliana si inserisce in questo contesto.

In una parola, la desertificazione della speranza.

 


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