PRIVATIZZAZIONE SAC: UN FUTURO TUTT’ALTRO CHE RADIOSO E SENZA CERTEZZE PER I LAVORATORI


Pubblicato il 13 Giugno 2026

comunicato stampa da Rifondazione Comunista Siracusa-Ragusa, riceviamo e pubblichiamo:

La notte tra il 16 e il 17 luglio 2023, quando un incendio provocato da un condizionatore mise fuori uso il Terminal C dell’aeroporto di Catania, prese definitivamente forma una narrazione che circolava già da tempo. L’idea era semplice e potente, “se ci fossero stati i privati tutto questo non sarebbe successo”. Da quel momento la privatizzazione della SAC, la società che gestisce gli aeroporti di Catania e Comiso, ha iniziato a essere presentata come una scelta inevitabile, quasi naturale. In realtà i numeri raccontano una storia molto diversa.

La SAC è una società interamente pubblica e gestisce il quinto aeroporto d’Italia per traffico passeggeri. Nel 2025 lo scalo di Catania ha superato quota 12,3 milioni di viaggiatori, confermandosi una delle infrastrutture più importanti del Mezzogiorno e dell’intero Mediterraneo. Eppure, osservando il bilancio, emerge un dato che dovrebbe aprire una riflessione seria e non certo andare verso una privatizzazione della SAC. A fronte di un valore della produzione di 112 milioni di euro, un margine operativo lordo di 20,8 milioni e un utile netto di circa 8 milioni, l’aeroporto di Bologna, che registra oltre un milione di passeggeri in meno, produce risultati nettamente superiori. I ricavi raggiungono 181,4 milioni di euro, il risultato operativo supera i 34 milioni e l’utile netto arriva a quasi 25 milioni.

La conclusione è evidente. Se il settimo aeroporto d’Italia rende molto più del quinto, il problema non è la natura pubblica della società ma la qualità della sua gestione. Anche perché Bologna non rappresenta un modello di privatizzazione. Al contrario, la componente pubblica nella compagine societaria è maggioritaria e si è ulteriormente rafforzata nel corso del 2025. La differenza la fanno le competenze manageriali e la capacità di valorizzare l’infrastruttura, non il semplice ingresso dei capitali privati.

Eppure si continua a raccontare che la vendita della SAC sia l’unica strada possibile. Una tesi che appare ancora meno convincente se si guarda alla situazione dei principali soci pubblici. La Camera di Commercio del Sud Est Sicilia, azionista di maggioranza, è impegnata da anni in un percorso di riequilibrio finanziario che ha portato persino all’aumento del 50 per cento del diritto camerale pagato dalle imprese del territorio.

Il Comune di Catania, che possiede circa il 14 per cento delle quote, sta ancora completando il lungo percorso di uscita dal dissesto dichiarato nel 2018. Il rischio è che la privatizzazione venga utilizzata non per sviluppare l’aeroporto, ma per fare cassa e coprire gli errori accumulati negli anni dalla politica e dagli enti pubblici che ne hanno guidato le sorti.

Il 15 giugno scadono i termini per la presentazione delle manifestazioni di interesse e sul mercato potrebbe finire una quota compresa tra il 51 e il 61 per cento della società, per un valore stimato tra i 500 e i 600 milioni di euro. Una prospettiva che solleva interrogativi enormi sul futuro di un’infrastruttura strategica costruita grazie a investimenti pubblici e destinata a svolgere un ruolo sempre più centrale nei collegamenti del Mediterraneo sud-orientale. Più che una valorizzazione, il rischio è quello di una vera e propria svendita.

A rendere ancora più preoccupante questo percorso è il quasi totale silenzio sul destino dei lavoratori. Oltre 700 famiglie attendono risposte che ancora non arrivano. E’, infatti, assordante il silenzio sulle garanzie occupazionali e chiediamo che qualsiasi apertura ai privati sia preceduta dalla fusione tra SAC e SAC Service, così da evitare dumping contrattuale, esternalizzazioni e riduzioni del costo del lavoro mascherate da riorganizzazione aziendale.

Non si può discutere soltanto di quote azionarie, advisor e offerte economiche lasciando fuori la questione sociale. Senza clausole vincolanti, senza un piano industriale chiaro e senza tutele esplicite, il prezzo della privatizzazione rischia di essere scaricato proprio sui dipendenti e sulle loro famiglie.

La vera domanda, quindi, non è se il pubblico debba cedere il passo al privato. La domanda è perché un’infrastruttura che genera milioni di euro, movimenta oltre dodici milioni di passeggeri l’anno e rappresenta uno dei principali motori economici della Sicilia orientale debba essere ceduta invece di essere gestita meglio.

Prima di ripetere il solito slogan secondo cui il privato sarebbe sempre sinonimo di efficienza, sarebbe utile ricordare che la storia italiana offre esempi ben diversi. Dalla gestione delle autostrade fino alla tragedia del Ponte Morandi, le privatizzazioni non hanno mai coinciso con maggiore qualità, sicurezza o interesse pubblico.

Per questo il futuro della SAC merita un dibattito fondato sui dati, sulla trasparenza e sulla tutela del territorio, non su slogan costruiti all’ombra di un incendio.

Peppe Puccia, Segretario Federazione Siracusa/Ragusa

Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea.


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