Tra crociate ideologiche, annunci monumentali e ironia popolare, il crescente distacco tra Palazzo degli Elefanti e la comunità catanese di Guido Libero Ci sono momenti nella vita politica di una città in cui non servono sondaggi, rilevazioni statistiche o sofisticate analisi sociologiche per comprendere lo stato d’animo di una comunità. Bastano due episodi, anche apparentemente distanti […]
Catania, il sindaco e la città che non si riconosce più nel suo primo cittadino
Pubblicato il 04 Ottobre 2026
Tra crociate ideologiche, annunci monumentali e ironia popolare, il crescente distacco tra Palazzo degli Elefanti e la comunità catanese

di Guido Libero
Ci sono momenti nella vita politica di una città in cui non servono sondaggi, rilevazioni statistiche o sofisticate analisi sociologiche per comprendere lo stato d’animo di una comunità. Bastano due episodi, anche apparentemente distanti tra loro, per cogliere un sentimento che, giorno dopo giorno, diventa sempre più evidente: quello di una città che fatica a riconoscersi nel proprio sindaco.
A Catania, negli ultimi giorni, due accadimenti hanno restituito, forse meglio di qualsiasi indagine, la fotografia di un rapporto ormai profondamente deteriorato tra il primo cittadino e una parte significativa della comunità che amministra.Il primo episodio si consuma durante una lunghissima relazione sull’attività amministrativa, una narrazione straripante di numeri, interventi, progetti e risultati, ma sorprendentemente povera di una visione complessiva delle reali esigenze del territorio e delle aspettative dei suoi cittadini.
Un’esposizione che, anziché restituire il senso di una strategia di governo, sembra trasformarsi nell’ennesima occasione per celebrare un’amministrazione che racconta se stessa, senza interrogarsi abbastanza su ciò che realmente accade fuori dalle stanze di Palazzo degli Elefanti. E proprio quando ci si aspetterebbe una riflessione sulle priorità di una città complessa, con quartieri che attendono risposte, attività commerciali che chiedono attenzione, famiglie alle prese con difficoltà quotidiane e una mobilità che avrebbe bisogno di soluzioni concrete, arriva la perla conclusiva: il vero problema di Catania sarebbe rappresentato da chi utilizza l’automobile da solo. E, naturalmente, a quel problema il Comune avrebbe già pronta la soluzione.L’incredulità lascia presto spazio all’ironia.
Del resto, i catanesi hanno già avuto modo di familiarizzare con questa particolare concezione della modernità: piste ciclabili percepite da molti come improbabili e poco funzionali, ZTL contestate, provvedimenti sulla mobilità vissuti come imposizioni e controlli che, secondo le critiche di tanti cittadini e operatori economici, sembrano talvolta produrre più disagio che ordine.
Così, ancora una volta, la risposta della città non è una mobilitazione organizzata, ma qualcosa di politicamente persino più significativo: lo sfottò, l’ironia, la presa in giro collettiva.Un fenomeno che dovrebbe far riflettere qualsiasi amministratore, perché quando un sindaco diventa oggetto ricorrente di ironia popolare, il problema non è certamente l’ironia dei cittadini. Il problema è comprendere cosa abbia prodotto quella distanza, perché il rapporto tra rappresentanti e rappresentati non si misura soltanto attraverso i voti conquistati, ma anche attraverso la capacità di essere riconosciuti, ascoltati e rispettati nella quotidianità.
Passano pochi giorni e arriva il secondo episodio.Questa volta protagonista è l’arte, o meglio, un’opera monumentale che il sindaco presenta attraverso i propri canali social con un racconto appassionato, ricco di riferimenti storici, artistici e simbolici.Il riferimento è ai cavalli di Arturo Di Modica, lo scultore siciliano divenuto celebre in tutto il mondo per il Charging Bull di Wall Street, e alla loro prima apparizione a Catania, in piazza Università.Un’opera imponente, destinata nelle intenzioni del primo cittadino a diventare un’immagine iconica della città, al pari del celebre toro newyorkese, anticipando inoltre la presentazione del Pegaso che Antonio Presti intende donare a Librino.Il sindaco ne descrive la potenza evocativa, il significato simbolico, la capacità di rappresentare le aspirazioni di un popolo che vuole superare limiti e convenzioni. Arriva persino a immaginare che quella grandezza possa custodire le speranze di tanti catanesi, affinché escano allo scoperto per contrastare il disfattismo di quanti, a suo dire, godrebbero nel parlare male della propria città.U
Una narrazione certamente suggestiva, ma che, ancora una volta, sembra dimenticare un particolare fondamentale: amministrare non significa semplicemente attribuire significati alle cose, ma soprattutto confrontarsi con le domande concrete che quelle cose inevitabilmente generano.E infatti, trascorse poche ore, la città comincia a interrogarsi.L’opera resterà permanentemente in piazza Università? Per quanto tempo? Quali sono i costi dell’operazione? Chi li sostiene? Quale programmazione ha accompagnato la decisione? E soprattutto, come si concilia una struttura di tali dimensioni con il prospetto e l’ingresso del Palazzo centrale dell’Università?Domande legittime, che non rappresentano necessariamente un giudizio negativo sull’opera o sull’artista, ma che appartengono semplicemente alla normale dialettica democratica e alla responsabilità amministrativa.Anche questa volta, tuttavia, la discussione sembra prendere una strada diversa da quella auspicabile.Ripartono lo sfottò, l’ironia, le battute.
E con esse si rinnova quella sensazione di distanza tra il sindaco e una città che non sembra più riconoscersi nel linguaggio, nelle priorità e persino nella rappresentazione che il proprio amministratore offre di se stesso.Il problema, dunque, non è il toro, non sono i cavalli e nemmeno l’automobile.Il problema è politico. È la difficoltà di comprendere che una comunità non è un’estensione del pensiero di chi la governa, né un pubblico chiamato ad applaudire ogni iniziativa, purché accompagnata da una narrazione sufficientemente suggestiva. Una città è fatta di sensibilità diverse, interessi legittimi, bisogni materiali, tradizioni, aspettative e contraddizioni. Governarla significa trovare una sintesi, non pretendere che tutti si adeguino alla propria personale visione del mondo. E quando questa capacità di mediazione viene meno, quando ogni critica viene interpretata come ostilità, ogni dissenso come disfattismo e ogni osservazione come un attacco personale, il rischio è quello di trasformare il confronto democratico in una contrapposizione sterile tra chi governa e chi semplicemente non si riconosce più in chi governa.
È proprio qui che emerge il limite politico più evidente dell’attuale esperienza amministrativa.Un sindaco non deve necessariamente piacere a tutti, né deve rinunciare alle proprie convinzioni. Ma deve possedere la capacità di comprendere che le proprie convinzioni non possono diventare, per imposizione, il modello esclusivo attraverso cui interpretare una città.Catania non ha bisogno di essere educata a diventare ciò che qualcuno immagina debba essere. Ha bisogno di essere ascoltata, amministrata e valorizzata per ciò che è, con le sue difficoltà e le sue straordinarie potenzialità.Non basta parlare di futuro se si perde il contatto con il presente. Non basta celebrare la bellezza se non si riesce a rispondere alle esigenze quotidiane. Non basta invocare il riscatto di una comunità se poi si finisce per considerare disfattista chiunque osi dissentire.E soprattutto, non basta avere il privilegio di abitare Palazzo degli Elefanti per rappresentare davvero lo spirito della città. C’è una differenza sostanziale tra governare una comunità e volerla plasmare secondo il proprio immaginario.
La prima è una responsabilità politica, la seconda rischia di diventare una manifestazione di autoreferenzialità.Il sindaco dovrebbe ricordare che la critica non è un’offesa, il dissenso non è disfattismo e l’ironia popolare non è necessariamente un complotto di avversari politici. Spesso, è semplicemente il linguaggio attraverso cui una comunità manifesta la propria insofferenza quando non trova altri canali di ascolto.
E qui torna alla mente una riflessione che, parafrasando Tolkien che si dice essere amato dal sindaco , ci ricorda come non spetti a noi dominare tutte le maree del mondo, ma soltanto decidere cosa fare del tempo che ci è stato dato.Una considerazione che, applicata alla politica, dovrebbe suggerire prudenza, umiltà e consapevolezza dei propri limiti.Perché, diversamente, non si salvano gli anni in cui viviamo, non si costruisce una città migliore e non si lascia un segno positivo nella sua storia. Si rischia soltanto di rendere sempre più evidente quella che potremmo definire la sindrome del figlio d’oro: la convinzione, maturata in un ambiente probabilmente troppo protetto dal confronto con il dissenso, che il proprio punto di vista sia naturalmente destinato a prevalere, che le proprie intuizioni debbano essere comprese e apprezzate e che chi non le condivide sia semplicemente incapace di coglierne la grandezza.Ma la politica, quella vera, è tutt’altra cosa.
E Catania, con tutta la sua storia, la sua ironia e la sua indomabile capacità di leggere uomini e situazioni, meriterebbe un sindaco capace di ascoltare anche quando la città non applaude.Perché il consenso non si perde necessariamente quando qualcuno contesta un provvedimento. Talvolta si perde quando chi governa smette di comprendere perché quel provvedimento venga contestato.E quando una città comincia a ridere del proprio sindaco più di quanto riesca a riconoscersi nelle sue parole, forse è arrivato il momento di smettere di raccontare quanto si è fatto e iniziare seriamente a chiedersi quanto si sia ancora capaci di rappresentarla.




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