Il “Caso Lipera”: la Cassazione legalizza l’insulto travestito da critica


Pubblicato il 24 Dicembre 2024

riceviamo e pubblichiamo:

La Corte Suprema di Cassazione, con una decisione che lascia sbigottiti, ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dall’Avv. Giuseppe Lipera, difeso dall’Avv. Grazia Coco, condannandolo al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende. Nulla è stato disposto per le spese in favore del querelato. Una decisione, questa, che segna un precedente inquietante: il via libera alla derisione e al disprezzo come strumenti di contesa legale.

La vicenda trae origine da un procedimento civile presso il Tribunale di Catania, in cui l’Avv. Lipera rappresentava una giovane italo-tunisina, Sarah Ben Daoud, oggetto di un decreto di espulsione emesso dalla Questura di Trapani. Nel corso del procedimento, l’Avvocato dello Stato, Angelo Francesco Nicotra, ha definito le argomentazioni di Lipera come “farneticanti elucubrazioni – dal valore più politico che giuridico”. L’Avv. Lipera aveva querelato, quindi, l’Avvocato dello Stato Angelo Francesco Nicotra per diffamazione. Il P.M. di Catania però aveva chiesto l’archiviazione e invano era stata proposta opposizione, in quanto il GIP di Catania l’ha respinta. Avverso quest’ultimo provvedimento, ritenuto abnorme, era stato presentato ricorso alla Corte Suprema.

Una formula che poteva essere tranquillamente utilizzata nei pamphlet di polemica politica piuttosto che in un documento giudiziario,  che offende apertamente i principi di rispetto reciproco e deontologia forense.

In seguito alla pronuncia della Cassazione, l’Avv. Giuseppe Lipera ha commentato:

“Accolgo con stupore ma accetto la decisione della Corte Suprema di Cassazione, in quanto io, come Uomo e come Avvocato, ho la coscienza apposto. A partire da questo momento, però, gli avvocati sono autorizzati a considerare ‘farneticanti elucubrazioni’ le tesi dei difensori avversari. Il dissenso, sempre lecito, può, a partire da adesso, essere reso manifesto anche con toni ed espressioni offensivi e poco degni della professione forense e del rispetto per gli avversari, che prima di tutto sono colleghi.”

Questa decisione solleva interrogativi fondamentali: quale immagine si vuole offrire della nostra giustizia? Si può realmente accettare che l’arena giudiziaria venga degradata a un teatro di polemiche e invettive personali? La professione forense, già minacciata da crisi di autorevolezza, esce ulteriormente svilita da una pronuncia che legittima l’irriverenza e il sarcasmo velenoso come strumenti del mestiere.

Si attendono con inquietudine le motivazioni ufficiali della Corte, ma un punto rimane già chiaro: questo è un momento buio per l’avvocatura e per il principio di correttezza che dovrebbe contraddistinguere ogni contenzioso. In un paese che si fregia di essere culla del diritto, risulta ironico – e profondamente amaro – che le aule di giustizia diventino luoghi in cui il linguaggio giuridico viene piegato a meri strumenti di discredito personale.

Avv. Grazia Coco.


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