IL FASCINO DEL MAFIOSO A CATANIA.TRA SILENZI COMPLICI ED ASCESE CRIMINALI


Pubblicato il 18 Ottobre 2026

Le foto segnaletiche degli arrestati nelle operazioni antidroga a formare un paginone sul quotidiano locale in una sorta di Postalmarket della criminalità da strada.
I servizi delle tivù cittadine riportanti pedissequamente i comunicati della questura, persino con i termini burocratici.
Le condanne antimafia ex cathedra degli alti vertici locali – politici, istituzionali, religiosi – ad alto tasso di verbose ovvietà.
Le commemorazioni delle vittime dei clan – vuote, banali, sepolcrali – immerse nella stantia ipocrisia del ricordo un solo giorno su 365.

Il racconto mainstream della mafia a Catania si muove lungo queste direttrici, lontanissimo da una realtà in cui l’esponente del clan esercita, al contrario, su enormi porzioni della cittadinanza un’estrema fascinazione.
Quella che fa riempire i social di peana per i boss locali al 41 bis per i quali si auspica “una presta libertà”, quella che celebra la morte dei capimafia descritti come emblemi di coerenza nella loro silente detenzione sino all’ultimo respiro, quella che per converso denigra ogni forma di pentitismo simbolo di vergognoso tradimento alla causa, quella tendente a rappresentare il detenuto di turno come padre esemplare e marito devoto in una torsione pornografica delle componenti valoriali della famiglia tradizionale.
I poteri costituiti non si limitano a non sapere raccontare realmente la smisurata quantità di mafia che si annida in ogni strato sociale cittadino, ma non possono proprio narrarla nella loro veridicità.
Perché hanno piena contezza di quanta compromissione vi sia tra poteri – quello legale e quello sotterraneo – che non lottano affatto l’un contro l’altro ma che dialogano, brigano, si spartiscono la prossima fetta di città con un nuovo appalto pilotato, l’ennesima batteria di assunzioni nel pubblico per i parenti dei detenuti, la prossima elezione di amministratori al servizio dei boss che ne hanno in mano la carriera politica con caterve di voti controllati, l’ultima spartizione di lucrosi affari alla faccia del degrado di una città immiserita ed in ginocchio.

La celebrazione del malavitoso è ormai un fenomeno trasversale, pop, social.
Invera la possibilità di fare carriera immantinente, senza lunghi percorsi di studio bensì con il reinvestimento copioso nel tessuto cittadino dei capitali frutto dei traffici illeciti
Quindi loschi figuri con barba talebana possono immortalarsi su TikTok a bordo di fuoriserie da 50/60 mila euro al fianco di bellone con seni generosamente gonfianti dal chirurgo, raccontandoci senza sprezzo della vergogna -nei loro incerti monologhi – del faticoso lavoro quotidiano: tra autonoleggi, chioschi, lidi balbeari, ristoranti vista mare, ditte di trasporti.
Tutto frutto del loro impegno e dell’esercizio del rischio s’impresa.
A Catania. Come no
La borghesia cittadina non li schifa affatto.
Anzi.
I più presentabili trai componenti i clan -con cognome pesante trascritto sulla carta d’identità – sono invitati a casa per incipriarsi il naso in amicizia, od in barca in estate sulla costa siracusana, od a fare aperitivo negli eleganti bar del centro spesso di proprietà dei soliti noti.
I brutti ceffi sono comandati per sanare qualche sgarro subito: a Catania solo i poveri cristi dopotutto non hanno l’amichetto mafioso che risolve grane. Il maggiorente sa bene chi chiamare se qualcuno osa rubargli il bmw od insultargli la fidanzata in pista da ballo.
Ed il piccolo malavitosetto fa il cane da guardia dei poteri costituiti ,accreditandosi presso chi domani lo farà salire a casa a bere lo shortino sul balcone in corso Italia, dopo aver dismesso la tuta del Napoli in cambio della camicia bianca botton-down aperta davanti, nell’unico tra i processi di ascesa sociale consentiti in una città dall’ascensore sociale guasto.
Da regolatore di conti nei vicoli di san Cristoforo ad interlocutore del professionista con la targa in ottone ed il nome in bella vista. Raccontare la mafia con gli schemi desueti di cui sopra, in una farlocca contrapposizione tra buoni e cattivi è il più grande dei favori che le cosche possono ricevere.
Mi immagino come se la ridano quando assistono al vuoto pneumatico di condanne ipocrite perpetrate dagli stessi con cui si esce al sabato sera. Quando inizieremo a parlare realmente del fenomeno?
Solo quando avremo un sindaco con un cognome strong ?
Sarà già tardi allora.
Lo è già adesso.

Saluti annichiliti.

Luca Allegra.


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