Il maresciallo Tito era con Raffaele Lombardo


Pubblicato il 11 Febbraio 2020

di Jano Fiume

-Mbare, u sai ajeri chi ‘ntisi?
-Mbare chiffù?
-Dici ca Tito, u maresciallu da Jugoslavia no era comunista!
 -Ca cettu, no sapevi?
-E cu cu era allura, cu Raffaeli Lombaddo?
Occasione persa, ancora una volta. 10 febbraio 2020. Palazzo della Cultura, aula “Concetto Marchesi”, comunista mai pentito, che nei suoi scritti esalta Stalin e nel ‘56, tanto per non farsi mancane niente, critica la rivoluzione ungherese, Marchesi uno che qualche scheletrino nell’armadio ce l’aveva (lo scheletrino di Giovanni Gentile) e che dall’“alto” avrà benedetto la conferenza sul giorno del ricordo, dedicata cioè, come si leggeva sul manifesto proiettato alle spalle dei relatori, alle “foibe” e all’“esodo istriano, giuliano e dalmata”.
Padrone di casa, colto e garbato, Paolo Di Caro che ha arbitrato un incontro avviluppato a una specie di filo (rosso) conduttore. È bello esserci anche se di ciò che accadde nelle terre del confine orientale italiano non sappiamo cosa dire perché non ce lo ricordiamo, o forse neanche lo sappiamo, sappiamo però altro e vi diciamo altro.

Puro Surrealismo e per di più gratis. O meglio. Di Caro ha ben introdotto la discussione dando prova di conoscere l’argomento di cui si discuteva; Luigi Provini, spigliato e altrettanto garbato lo ha concluso e con lui alcuni giovani del comitato “10 febbraio” che hanno proposto alcune letture. A precederli Nunzia Blancato e una signora spalatina che ha dato testimonianza, in breve, delle proprie difficoltà di “profuga” italiana.

Il problema era nel “mezzo” come scrisse Pascal, l’uomo si pone cioè tra due “infiniti”, ma resta pur sempre un … incomprensibile. Trantino, uomo di eccezionale qualità, ben lo sappiamo, ha intrattenuto il pubblico parlando della… Shoah, dandone peraltro una interpretazione colta e anticonformista (come commentare?); poi è venuto il turno dei due storici, ahimè poco informati sui fatti (affabulatori proprio no!), impegnati a difendere posizioni di grossolano ermetismo, a negare l’influenza del comunismo, oltrepassanti infine alcune questioni fondamentali che avrebbero, correttamente, fatto da sfondo a ben altra storia.

1)Chi erano i “rimasti”, cioè gli italiani che nel cuore dell’esodo scelsero o furono costretti a rimanere al di là del confine? E che relazione c’era e c’è ancora con i profughi? Perché non furono perseguitati in quanto italiani che orgogliosamente si dicevano ancora italiani e oramai in forte minoranza?
2)Che relazione c’era tra infoibatori e infoibati NON italiani? cioè croati, serbi e sloveni? E perché, visto che non erano italiani, furono infoibati?
3)Qual era la relazione tra partito comunista italiano e istituzioni jugoslave? E tra queste e istituzioni sovietiche? Davvero questi comunismi erano com’è stato detto – tranne ovviamente quello staliniano – “falsi” comunismi?
4)Quale fu la reazione dei sostenitori del Pci quando gli esuli tornarono in Italia?
5)Quesito molto importante: quale fu il ruolo del comunismo, comunismo di tipo nazionalistico, in Jugoslavia nel fine guerra, nella costruzione del nuovo Stato jugoslavo? Insomma Tito era già “lombardiano” o lo divenne dopo?
6)Infine: su quelle terre tre questioni si intrecciarono con forza, certamente non nate tutte nei Quaranta: questione nazionale, di classe e politica (fascismo-antifascismo), quale fu la risultante nella praxis di così gravi tensioni e tra le tre questioni accennate quale fu quella decisivo (se ce ne fu una soltanto e perché…) o pesò più degli altri?
7)Cosa è venuto fuori, per sintetizzare, dalla conferenza del pomeriggio del 10 febbraio? Cosa ne sanno i catanesi più del 9 febbraio u.s.?
Explicit. I catanesi si accontentano di poco, già stanchi della due giorni agatina, in attesa della festa di san Valentino, già con i sensi alla musica di Serge Gainsbourg, ispirata dal mito-Picasso, si sono accontentati per lo più di una pappetta priva d’interesse. E la destra? Già distrutta e umiliata dalle carriere universitarie, già distrutta e umiliata da se stessa, dalla propria “artistica” inanità, è accorsa copiosa al Local Pillow Fight, presentandosi, come l’ala più “fedele” dell’esistenzialismo sartriano: una destra prima di tutto esistenza, dopodiché (eventualmente) essenza. Sull’esistenza avrei naturalmente altro da scrivere.
A presto dunque, compagni e lavoratori.


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