Impantanati nel Pitesai, siamo alla canna del gas…


di Giuseppe Bonaccorsi

 

Ieri mattina il premier Draghi, accompagnato dal ministro Di Maio, ha firmato in Algeria il nuovo contratto per la fornitura di gas all’Italia che aumenta di 9 miliardi di mc, estendibili sino a 11, l’erogazione di gas dal paese africano. La nuova dotazione permetterà all’Italia di ridurre di un terzo l’acquisto di gas dalla Russia. Due domande sorgono spontanee: quanto ci costerà il gas algerino? Secondo: trasferire, seppure in parte, il fabbisogno di gas dalla Russia all’Algeria non ci espone ad eventuali problematiche future qualora non si riesca a diversificare equamente i paesi erogatori e soprattutto raggiungere quel minimo di indipendenza che ci farebbe stare tranquilli? E qui rientra prepotentemente in campo il nodo del nostro piano energetico nazionale. Finora il governo non ha detto una parola chiara sul “Pitesai”, acronimo di “Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee” che nei fatti impedisce alla nostra beneamata Italia di fare nuove ricerche di giacimenti di gas sul territorio. Si tratta di un programma del primo governo Conte, inteso come strategie alle trivelle, varato, però, molto prima che scoppiasse la crisi ucraina, ma approvato solo pochi giorni prima che la guerra cominciasse, il 12 febbraio. Va detto chiaramente ai cittadini che i limiti disposti dal documento hanno di fatto frenato le estrazioni gassifere su tutta la penisola. Oggi su 123 concessioni minerarie, il 70% di quelle per il gas, che sono 108, si trovano in aree definite non idonee dal Pitesai e il blocco imposto riguarda anche i possibili nuovi pozzi che di fatto rischiano di restare soltanto sulla carta, riducendo in poco tempo la nostra capacità estrattiva di gas di oltre un miliardo di mc. Il ministro per la transizione energetica, Roberto Cingolani ha recentemente detto che tutti i provvedimenti adottati rischiano di ridurre ancora l’estrazione di gas nostrano che negli ultimi tempi è passato da una capacità di produzione di circa 15 miliardi a 3,3 miliardi di mc. Ma dimentica anche lui di dire che il Piano appena approvato dovrebbe subire una immediata stretta se si vuole impedire di bloccare gli investimenti effettuati e la capacità di ricerche e non cedere ai ricatti e ai veti ideologici di una parte politica che in passato ha fatto quasi le barricate anche per il Tap pugliese.

a ciliegina sulla torta di questa deregulation ideologica si tasta con mano anche in Sicilia e in Puglia. Sull’isola i giacimenti di gas offshore “Argo” e “Cassiopea” sono finiti nelle maglie del Pitesai, di fatto con una sorta di “sterilizzazione” estrattiva causata peraltro anche da un sito protetto denominato “Natura 2000” in cui ricade uno de die giacimenti. I sindacati confederali siciliani dei chimici alcuni giorni fa hanno attaccato Cingolani e chiamato in causa anche il governo Musumeci per una mancata sinergia che impedisca la riduzione dell’estrazione del gas siciliano. In Puglia siamo invece al paradosso dei paradossi con il giacimento “Giulia” cui manca ancora oggi l’allaccio con la terraferma per future aree naturalistiche non ancora istituite.

Ma la burocrazia delle restrizioni ideologiche non finisce qui perché riguarda anche altri settori energetici. Pure il letame potrebbe servire a rallentare l’invasione russa, ma in Sicilia si litiga anche sulla “cacca”. Basterebbero pochi grandi impianti di biogas per contribuire a ridurre, seppure modestamente, la nostra dipendenza. Enersi Sicilia è un progetto innovativo che prevede la realizzazione di un impianto di biometano nel Nisseno. L’impianto prevede anche la riduzione delle spese per il trasporto del letame fuori provincia. Ed è solo uno degli esempio. Ma se da un lato un progetto va avanti dall’altro un altro rischia di finire in fumo. E’ battaglia infatti nel Ragusano per un grande impianto che dovrebbe sorgere tra Modica e Pozzallo. Il Tar di Catania nel febbraio scorso ha dato il via libera all’impianto innescando però nuovi ricorsi al Cga e il sindaco di Pozzallo ha detto che si faranno manifestazioni contro.

Le polemiche in Sicilia riguardano anche molte centrali energetiche del solare e delle pale eoliche , con prese di posizione di amministratori, sindaci, e cittadini. Per rendere la Sicilia autonoma dall’energia basterebbero 4mla ettari di pannelli. La Sicilia ha una estensione di 2milioni570mila ettari, quindi basterebbe lo 0,16% di pannelli solari per raggiungere l’obiettivo. Ma invece tutto le procedure arrancano e solo estremamente lente. Quindi ha voglia il presidente della Regione Nello Musumeci di fare simposi e convegni per lo sviluppo energetico alternativo alle fonti fossili. Senza il deciso superamento di questi steccati ideologici tutto, come al solito, rischia di rimanere lettera morta…


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