Note vulcaniche


Pubblicato il 12 Agosto 2026

di Pietro Lavico

Kaboom. Solo dall onomatopea può principiare una nota più incandescente della paura patetica di commercianti e vacanzieri che hanno preso le gramaglie sui social e senza nemmeno quelle belle e feroci urla di una volta che facevano le allegre e ridicole vecchiette per le vie di paesoni, paesetti e paesazzi e senza nemmeno essere sbattute coi filtri su Instagram; si accontentava a quel tempo la gente di essere pagata: c’era il prezzo del ridicolo.

L’aeroplano era allora un luogo più esotico della giungla o di Ibiza e di tratte aeree se ne tracciavano meno della metà della metà di oggi. Meno decolli. Meno atterraggi. Meno passeggeri. Tre meno insomma. Sufficienti questi meno però a dividere le colpe dell’incompetenza di fronte all’ordinaria emergenza di un’eruzione vulcanica che chiude il cielo con regolarità svizzera: il cratere a Catania fa cucù.

E siamo sempre nel bel mezzo delle estati della nostra vita, quella vita che non obbedisce all’amore come cantava l’eterno Battiato ma alle logichette di potere condominiale e dunque guai a chi pensa all’aeroporto come a una infrastruttura in termini di sinergia con il territorio. L’aeroporto è il mare del cielo e il popolo va tenuto fuori dal feudo marino come da quello celeste. Almeno in attesa dell’apocalisse e ça va sans dire preghiamo da decenni ormai ma nemmeno le Madonne più hanno urgenza di piangere, figuriamoci le vecchiette che sono tutte crepate già (pace sulla loro anima).

Volete il ponte? E va bene fatelo con o senza la mafia fa lo stesso. Ponte e indipendenza però, perchè di un ponte che diventi come quello di Ceuta non sappiamo che farcene. E soprattutto cari emigratis andate in quei paesi e non tornate più in Sicilia perché questa terra ora ha solo bisogno che l’aridità la secchi per bene e per qualche secolo. E voi turisti da social una sola domanda: da cosa fuggite? Siciliani che avete comprato il biglietto mettiamoci in fila per l’estinzione e diamo a Cesare quello che è di Cesare e cioè un lungo e fragoroso pernacchio.


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