Omicidio Santo Re, Fipe Confcommercio Catania ha consegnato alla famiglia il ricavato di una raccolta fondi


Pubblicato il 20 Luglio 2025

La moglie e le sorelle: «Noi lasciati soli dalle istituzioni, da 50 giorni non viviamo più»

«Un grande lavoratore, una persona dedita alla famiglia, ma soprattutto un ragazzo tranquillo». A ricordare così Santo Re è Saro Menza, presidente della sezione Bar e Pasticcerie di Fipe Confcommercio Catania. La federazione dei pubblici esercizi etnei, presieduta da Dario Pistorio, si è fatta promotrice di una raccolta fondi per aiutare, in un momento tanto drammatico, i familiari di un giovane padre che dalla sua piccola non tornerà più. Ucciso a coltellate da un parcheggiatore abusivo lo scorso 30 maggio davanti alla pasticceria di famiglia, nel quartiere di Ognina, in Confcommercio Santo era benvoluto e stimato.

Quella stessa Confcommercio che si è subito mobilitata perché i suoi cari non venissero lasciati soli. «Quando il nostro direttivo ha appreso la notizia – ha raccontato Menza – abbiamo organizzato un incontro e deciso di avviare una raccolta fondi come Fipe».

«Catania non si gira dall’altra parte – ha detto, durante la consegna della somma alla moglie e alle sorelle di Santo, il presidente Dario Pistorio – e questo per me è un atto d’amore. Il settore delle rappresentanze dei pubblici esercizi è stato quello che ha contribuito maggiormente a questa donazione. Un gesto importante anche per la città, per far capire che abbiamo bisogno di sicurezza, di forze dell’ordine che controllano all’esterno i nostri locali».

Pistorio ha spiegato, poi, di aver avuto un’interlocuzione sia con il sindaco che con il questore «ai quali abbiamo rappresentato le nostre esigenze: l’esercente e la popolazione devono sentirsi sicuri. Al più presto quindi ci sarà un tavolo di confronto con le istituzioni proprio sul fronte sicurezza».

Quelle istituzioni da cui però la famiglia di Santo si è sentita abbandonata.

«Non ci sono state vicine», ha detto la moglie Giulia, visibilmente amareggiata. «Abbiamo ricevuto solidarietà da parte di tante persone, ma non da loro. Nessuno di loro ha fatto nulla, ringrazio invece chi ci ha fatto sentire la propria vicinanza».

Resta invece la speranza che venga fatta giustizia e che la memoria del marito resti viva: «A mia figlia – ha concluso Giulia – racconterò tutte le cose belle e i ricordi che ognuno di noi ha del suo papà».

Una famiglia distrutta, quella di Santo, che da 50 giorni non vive più. Trattengono a fatica le lacrime, le sorelle, quando parlano con i giornalisti. «Il dolore è ancora forte – dice Deborah, tra i primi a soccorrere il fratello quel maledetto 30 maggio –, i nostri genitori non riescono a riprendersi e nemmeno noi ci riusciamo. La mia nipotina di cinque anni chiede dove sia lo zio e noi non sappiamo cosa risponderle, perché è difficilissimo dire a una bambina così piccola cosa è accaduto. Nemmeno noi siamo ancora riusciti a spiegarci cosa sia accaduto. Non esiste una spiegazione. Santo era una persona buona – ricorda – ed era il primo che aiutava quell’individuo, dandogli dei soldi, ma anche cibo e vestiti che non usava più, perché erano molto simili per altezza e corporatura».

«Vogliamo giustizia – conclude la sorella Eleonora – perché un ragazzo di 30 anni non può morire così. Chi ha colpe deve pagare. Chiediamo aiuto perché la morte di mio fratello non cada nel dimenticatoio».


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