FILCTEM CGIL di Catania Dopo settimane di confronto serrato, le organizzazioni sindacali FILCTEM CGIL, FEMCA CISL e UILTEC UIL, di Catania insieme alle RSU, hanno ottenuto dalla SIFI, azienda rappresentata da Angelo Tudisco (HR) e da Confindustria Catania, l’accoglimento della controproposta sindacale presentata il 5 marzo.Il risultato principale riguarda la riduzione degli esuberi da 52 a […]
Parità salariale, certificazione di genere e cambiamento culturale: a a Catania il confronto tra sindacati, imprese e istituzioni
Pubblicato il 06 Marzo 2026
CGIL di Catania
Ridurre il divario salariale, rendere trasparenti le retribuzioni, poter spendere l’istruzione ricevuta nel mercato occupazionale e trasformare l’organizzazione del lavoro in chiave realmente inclusiva.
Sono questi i temi emersi dal convegno dedicato alla certificazione di genere e alla direttiva europea sulla trasparenza salariale, promosso stamattina dalla CGIL di Catania e Coordinamento donne Cgil, insieme a Confindustria Catania, Confindustria Imprenditoria femminile, Confcommercio Catania e Confcommercio Terziario Donna.
La certificazione di genere è un riconoscimento volontario (norma UNI/PdR 125:2022) che attesta le misure concrete adottate dalle aziende per ridurre il divario di genere, migliorando l’inclusione femminile, la crescita professionale, la parità salariale e la conciliazione vita-lavoro. Offre sgravi contributivi e vantaggi competitivi nelle gare d’appalto
Al centro dell’incontro tenutosi nel Salone Russo, l’esigenza di migliorare concretamente i percorsi lavorativi delle donne attraverso strumenti legislativi e contrattuali capaci di contrastare il gender pay gap e le discriminazioni ancora diffuse nei luoghi di lavoro. Una sfida che, come sottolineato nel suo intervento dalla segretaria confederale CGIL Catania Rosaria Leonardi, richiede non solo norme efficaci ma anche un cambiamento culturale profondo.
Secondo i dati richiamati nella relazione, le donne rappresentano il 51,1% della popolazione ma continuano a scontare forti disuguaglianze nel mercato del lavoro. Il tasso di occupazione femminile in Italia si attesta al 53,3%, con un dato ancora più basso in Sicilia, mentre nel territorio catanese oscilla tra il 29 e il 31%. Un’occupazione spesso segnata da precarietà e part-time involontario, che coinvolge oltre il 31% delle lavoratrici. A questo si aggiunge un divario retributivo che supera il 20% nel settore pubblico e il 25% in quello privato, anche a parità di ruolo e competenze.
Per Leonardi, proprio questi numeri dimostrano quanto sia urgente rafforzare strumenti come la certificazione della parità di genere (UNI/PdR 125) e la direttiva europea 2023/970 sulla trasparenza salariale, misure pensate per monitorare e correggere le disuguaglianze nelle aziende. “Non si tratta di semplici statistiche – ha osservato – ma di vite, di percorsi interrotti e di talenti non valorizzati”.
L’iniziativa, organizzata in occasione della Giornata internazionale della donna, è stata un confronto aperto sulle politiche necessarie alla parità di genere nel lavoro.
Ad aprire i lavori sono stati i saluti del segretario generale della CGIL Catania Carmelo De Caudo
(“La certificazione di genere non può ridursi a un semplice adempimento formale, ma deve diventare un vero motore di innovazione organizzativa e responsabilità sociale d’impresa”), della presidente di Confindustria Catania Maria Cristina Busi, del presidente di Confcommercio Catania Piero Agen e dell’assessora comunale alle Pari Opportunità Viviana Lombardo. Il confronto è stato coordinato dalla segretaria confederale Valentina Di Magro. Presente anche Elvira Morana, responsabile politiche di genere CGIL Sicilia.
Nel suo intervento Cristina Busi ha sottolineato come la parità rappresenti anche un fattore economico importante.
“Il salto decisivo è culturale e deve partire da ciascuno di noi, dal modo in cui intendiamo lavoro, merito e opportunità. Proprio perché il cambiamento culturale richiede tempo, dobbiamo accompagnarlo con strumenti concreti e misurabili. La parità di genere è una leva di produttività fondamentale: colmare il gender gap significherebbe un beneficio stimato del 9% del nostro Pil”.
Per il presidente di Confcommercio Catania Pietro Agen, la responsabilità del cambiamento ricade innanzitutto sulle classi dirigenti:
“La certificazione di genere e la parità salariale sono problematiche ineludibili per le organizzazioni di categoria. In questo senso credo che le classi dirigenti, prima di tutto all’interno delle loro realtà, debbano dare il buon esempio. Ci vogliono meno proclami e più fatti”.
Un punto ribadito anche da Matilde Cifali, presidente Terziario Donna e vicepresidente di Confcommercio Catania:
“La certificazione di genere e la parità salariale sono una scelta di qualità imprenditoriale. Le imprese che investono in equità e trasparenza sono più solide, più attrattive e più competitive. In Sicilia non possiamo permetterci di lasciare inespressa metà del nostro potenziale: la parità è una leva concreta di sviluppo, non un costo”.
Durante il dibattito, Monica Luca, presidente dell’imprenditoria femminile di Confindustria Catania, ha sottolineato come emerga con chiarezza che “la certificazione di genere non è solo un adempimento, ma una scelta strategica per competere e innovare valorizzando il capitale umano. Il forte aumento delle imprese certificate in tutta Italia –oggi oltre 12.300, partite dalle 113 del 2022 – mostra un interesse reale a migliorare equità, carriere e retribuzioni, anche grazie agli incentivi disponibili. Un percorso che molte aziende, piccole e medie in primis, stanno scegliendo con pragmatismo”.
Per Giorgia Fattinnanzi, responsabile nazionale CGIL per il contrasto alla violenza di genere, “il mercato del lavoro italiano continua a essere fanalino di coda in Europa sul tema della parità di genere. In Italia il lavoro femminile è spesso precario, le carriere sono frammentate e si osserva una costante segregazione orizzontale e verticale delle donne. Le donne quando trovano lavoro lo trovano spesso precario, mal pagato perché la maggior parte di loro sono segregate nei settori a più basso valore aggiunto, quindi con retribuzioni più basse, ma anche quando non lo sono fanno fatica a fare carriera, con i carichi familiari ancora concentrati su di loro. Spesso hanno carriere frammentate perché continua ad essere altissimo il numero di donne che lascia il lavoro dopo la nascita del primo o del secondo figlio. La certificazione di genere, la direttiva sulla pay transparency, dovevano essere strumenti per individuare strategie aziendali per l’inclusione delle donne e per la loro partecipazione alle carriere. Questo era il loro obiettivo, un obiettivo che sembra non essere raggiunto perché in tutte e due manca un tema fondamentale che è quello della contrattazione. Senza una vera contrattazione, senza l’inclusione delle parti sociali, la certificazione di genere rischia di essere solamente una coccarda da fissare sul letto di alcune aziende. E la pay transparency che in questi giorni dovrebbe continuare il suo iter parlamentare in questo momento in commissione lavoro del Senato rischia di essere visto dalle aziende solo come un ulteriore adempimento burocratico”.
Sono intervenute anche Patrizia Andrè della società certificatrice JEKO, Barbara Rizzardi, lead auditor e management system expert, e Giusy Virone, responsabile certificazione del Consorzio Agorà.
Spazio inoltre alle esperienze concrete del territorio portate dalle categorie sindacali: Rosy Scollo per la Fiom Cgil, Barbara Carcò per la Filcams Cgil – RSA del gruppo Inditex (marchio Zara) – e Valeria Cannizzaro per la Slc Cgil di Netith Care srl, che hanno evidenziato criticità ancora aperte ma anche buone pratiche replicabili nei luoghi di lavoro.
A chiudere i lavori è stata la segretaria confederale CGIL Sicilia Gabriella Messina:
“Mettere al centro il valore del lavoro delle donne e i diritti delle lavoratrici, la parità salariale e dunque quella previdenziale richiede concretamente di rafforzare strumenti come la certificazione di genere e l’obbligo di trasparenza. Retribuzioni dignitose e paritarie consegnano un presente migliore e un futuro previdenziale più sereno a tutte quelle donne che rischiano altrimenti la povertà”.





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