Pd siculo, “vita da preti”: a quando le dimissioni del gruppo dirigente?


Pubblicato il 27 Maggio 2026

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Le elezioni amministrative del 24 e 25 maggio 2026 in Sicilia consegnano un dato politico chiaro, pesante, impossibile da nascondere dietro slogan, autoassoluzioni o analisi di convenienza.
Da Enna a Messina, da Agrigento a Bronte, fino a Randazzo, il Partito Democratico guidato in Sicilia da Anthony Barbagallo esce ridimensionato, frammentato e, troppo spesso, politicamente irrilevante. Un partito che avrebbe dovuto rappresentare l’alternativa alle destre si ritrova invece incapace di parlare ai territori, di aggregare consenso e perfino di risultare competitivo.
E quando una classe dirigente perde in maniera sistematica, la responsabilità politica non può essere sempre scaricata sugli altri, sulle condizioni esterne o sugli avversari. Prima o poi bisogna avere il coraggio della verità.
Per questo credo sia arrivato il momento che questo gruppo dirigente regionale faccia un passo indietro.
Dopo la pesantissima sconfitta alle Regionali del 2022, quella alle Politiche dello stesso anno, il ridimensionamento alle Europee del 2024 — passando da due eurodeputati a uno — e dopo una lunga sequenza di sconfitte amministrative culminate anche nel voto di queste ore, continuare a far finta di nulla significherebbe semplicemente negare la realtà.
Perché la politica non è un gioco di correnti, né una gara a sopravvivere internamente. La politica si misura sui risultati. E questi risultati parlano ormai con una chiarezza disarmante.
A Enna si è arrivati perfino al paradosso di negare il simbolo del PD a Vladimiro Crisafulli, salvo poi vederlo vincere largamente al primo turno grazie al suo radicamento e alla credibilità costruita negli anni.
A Messina il Centrosinistra non è mai stato realmente in partita.
A Bronte si consuma l’ennesima disfatta, con un Centrosinistra relegato addirittura al quarto posto, incapace persino di apparire competitivo. A San Giovanni la Punta il risultato è stato persino peggiore.
A Randazzo, città già ferita dallo scioglimento per mafia, si è assistito a una campagna elettorale segnata da tensioni, divisioni e lacerazioni profonde, conclusa con la pesante sconfitta del segretario locale del PD, candidato sindaco sostenuto direttamente da Anthony Barbagallo.
E allora basta raccontare che “va tutto bene”. Basta aggrapparsi a qualche vittoria isolata in piccoli comuni o usare Marsala come foglia di fico per nascondere un disastro politico evidente.
La verità è che in questi anni si è preferito coltivare fedeltà personali, equilibri di corrente, amichettismi e piccoli recinti di potere invece di costruire una comunità politica larga, credibile e autorevole.
Si sono mortificati militanti, amministratori locali, energie sane e pezzi importanti della società siciliana. Si è diviso invece di unire. Si è escluso invece di valorizzare.
E oggi il conto politico arriva puntuale.
Per questo servirebbe un gesto di dignità politica: chiedere scusa agli elettori, ai militanti e a chi, nonostante tutto, continua ancora a credere nel Partito Democratico. E soprattutto servirebbe togliere il disturbo, lasciando spazio a chi ha capacità, autorevolezza e visione per ricostruire davvero una proposta politica seria in Sicilia.
Perché il problema non è perdere una singola elezione.
Il problema è perdere identità, credibilità, visione e contatto con la realtà.
E la Sicilia ha bisogno, oggi più che mai, di una vera alternativa alle destre.
Ma questa classe dirigente regionale, evidentemente, non è più in grado di costruirla.
Per questo la segreteria nazionale di Elly Schlein non può più far finta di nulla: la questione siciliana esiste, ed è ormai esplosa in tutta la sua evidenza politica.

iena marco benanti.


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