Spettacoli e Cultura, assolto dopo 22 anni di galera: come un granello di sabbia, la storia di Giuseppe Gulotta sul palco


Pubblicato il 02 Novembre 2018

di Vito Pirrone

Passare dalla felicità di avere 18 anni all’oscurità più terribile d’una cella e trascorrere senza colpa 22 anni in galera. Questo è successo a Giuseppe Gulotta, giovane muratore con una vita davanti, quando viene arrestato e costretto a confessare l’assassinio di due carabinieri ( Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta), avvenuto il 27 gennaio 1976 ad Alcamo Marina (TP) nella caserma “Alkamar”. È una storia terribile dai risvolti kafkiani .

La strage di Alcamo Marina vede un crescendo di sospetti che porteranno alla fine all’arresto e alla reclusione di Giuseppe Gulotta, al fianco di altri giovani del luogo. Gulotta, nonostante la ritrattazione, venne condannato all’ergastolo.

La vita normale d’un ragazzo che assieme ad altri tre amici (Giovanni, Vincenzo, Gaetano) diventa il caprio espiatorio d’un fatto di sangue dai risvolti inquietanti, intorno ai quali si sono fatte varie congetture. All’inizio vennero sospettate le Brigate Rosse, si parlò poi di delitto di mafia e di terrorismo, si disse pure che il duplice crimine poteva essere collegato al traffico di armi. Sulle stranezze dell’indagine indagò privatamente anche Peppino Impastato.

Il povero ragazzo di 18 anni, quasi come il Josef K de Il processo di Kafka entrò in galera, fu torturato a sangue e fu costretto a confessare un delitto mai commesso, facendolo sentire Come un granello di sabbia   ( titolo dell’opera teatrale realizzata per ricordare e riflettere su questa storia).

Non si dà pace Gulotta, costretto a vivere da innocente in una cella dove gli manca l’aria, quell’aria che gli sbatteva in faccia e sul petto quando correva con la sua moto .

Solo dopo ventidue anni, la Corte d’Appello di Reggio Calabria, il 13 febbraio 2012, ha assolto con formula piena Giuseppe Gulotta, grazie alla testimonianza del brigadiere Olino che, con molto ritardo (chissà perché?) ha dichiarato che Gulotta e compagni non c’entravano nulla con quell’eccidio e che le loro confessioni erano state estorte con violenza. Una tortura che è costata al Gulotta l’etichetta di assassino, oltre che tutta la sua giovinezza e parte della vita adulta. 

La vicenda rappresenta tuttora uno dei più gravi casi di errore giudiziario e ingiusta detenzione della storia italiana.

La strage è irrisolta ma tra le ipotesi più accreditate sono rimaste quelle di un delitto di mafia, del terrorismo (con collegamenti alla strategia della tensione).

È riduttivo definire il caso di Giuseppe Gullotta come un “errore giudiziario”. Ben 22 anni trascorsi in carcere da innocente con una condanna infamante all’ergastolo e preceduti da una notte di torture inenarrabili, perpetrate da coloro che avrebbero dovuto assicurare l’accertamento della verità, non possono essere derubricati come “errore giudiziario”.

La storia è portata in scena anche al Teatro Musco di Catania con la pièce “Come un granello di sabbia – Giuseppe Gulotta, storia di un innocente” ( dal gruppo del Palco off, direzione artistica di Francesca Vitale), con il patrocinio dell’ Ordine degli Avvocati di Catania e dell’ Associazione Nazionale Forense sede di Catania .

Da quella confessione estorta partono gli anni di carcere da innocente. Sono 36 quelli del calvario giudiziario per affermare la verità.

Una storia dai contorni oscuri e tormentati, dalle conseguenze violentemente drammatiche e non risanabili. Per quello che Giuseppe Gulotta ha vissuto, protagonista, suo malgrado, di questa storia, ma anche per le altre vittime della vicenda, affrontare questi avvenimenti su un palcoscenico, pone di fronte ad una grande responsabilità. La responsabilità, certo, di non tacere l’incredibile vicenda legale, la lunghissima serie di omissioni, errori, leggerezze, falsificazioni, palesi violazioni della legge che oggi ci fanno definire questa vicenda come una vera e propria frode giudiziaria.

La responsabilità, naturalmente, di non tacere il contesto e gli interessi in campo che generano il dramma. Ma, principalmente, la responsabilità di declinare la drammaturgia, attraverso la vicenda umana di Giuseppe (ma anche di Salvatore e Carmine – le due vittime della strage – o di Giovanni, Vincenzo, Gaetano – gli altri capri espiatori designati) rendendo giustizia alla sua dimensione personale, quella di una vita quasi interamente sottratta per ragioni inconfessabili. Provare ad innescare un processo di identificazione nel protagonista, pur senza aver attraversato quello che lui ha attraversato, senza aver sofferto quello che lui ha sofferto con un incredibile senso di dignità e consapevolezza. Provare a compiere questo corto circuito narrativo riuscendo a sottrarsi a qualsiasi intento retorico.

La vicenda di Giuseppe Gulotta , oltre a provocarci rabbia e stupore , ci fa riflettere sulla amministrazione della giustizia , sull’applicazione della sanzione, sulle contaminazioni estranee al processo, per cui talvolta l’incolpato si deve difendere nel processo dal processo, e ricordarci il monito Kantiano della centralità dell’uomo.

Vito Pirrone.

 


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