Un altro pentito parla di Raffaele Lombardo: “Inavvicinabile”


Pubblicato il 14 Luglio 2011


“Raffaele Lombardo non mi sento di dire che è amico della malavita di Catania…”.

Ad affermarlo è il collaboratore di giustizia Gaetano D’Aquino nel corso di una deposizione resa nei mesi addietro dinnanzi ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Catania.
D’Aquino, 39enne, elemento di spicco della mafia etnea, per oltre vent’anni affiliato al clan “Cappello” e dallo scorso settembre collaboratore di giustizia, è finito in carcere perché accusato di reati gravissimi quali l’associazione mafiosa e l’omicidio.

Si tratta di rivelazioni importanti sino ad oggi non pubblicate, mentre qualche testata giornalistica si è limitata a diffondere estratti di verbali contenenti sue dichiarazioni solo per dare addosso al governatore.
Invece, stando ai fatti e alle considerazioni provenienti dagli “ambienti” della criminalità organizzata riferiti dal pentito, Raffaele Lombardo sarebbe stato addirittura una sorta di problema per la mafia.

Incalzato dalla domanda del pubblico ministero:”…dica la verità nè di più nè di meno”, Gaetano D’Aquino esterna tale considerazione che, insieme alle cose che  rivela subito dopo, assume una significativa rilevanza probatoria. Proprio così perché, tolte certe “intuizioni” personali relative a fatti di cui il collaboratore sottolinea di non avere conoscenza diretta, nel resto del verbale continua a ripetere che le cosche ce l’avevano a morte con il governatore di Sicilia perché “era impossibile parlare con lombardo. Raggiungere Raffaele Lombardo”. Il presidente della Regione Siciliana aveva, praticamente, creato una barriera insormontabile tra Palazzo d’Orleans e i mafiosi, al punto che per essi era impossibile addirittura fare una semplice pressione.   

E il collaboratore di giustizia non si riferisce solo al clan Cappello, al quale appartiene o meglio apparteneva, ma rivela che Lombardo è stato inavvicinabile per tutte le famiglie mafiose, inclusa la più potente a Catania, quella storica dei Santapaola, tanto che il capo di essa, Vincenzo Aiello, era imbestialito ed era solito apostrofarlo con insulti di varia natura. Il pentito svela che “a questo proposito Aiello disse che in effetti era impossibile parlare Lombardo”.

Dalla deposizione di uno degli elementi di spicco della mafia catanese emerge ancor di più e cioè che c’era addirittura dell’acredine da parte delle “famiglie” nei confronti del fondatore e leader del Movimento per le autonomie perchè non aveva fatto loro un solo favore nè era possibile arrivare a lui anche solo per formulare una richiesta. Non aveva dato loro neppure la possibilità di creare un contatto. Figuriamoci se in queste condizioni potessero pensare di ottenere benefici dal governo regionale.

Certamente i boss avevano delle aspirazioni che desideravano concretizzare all’interno del tessuto economico locale, D’Aquino ne rivela diverse, dal bingo di piazza Alcalà (sui cui sostiene il pentito “…c’era la famiglia Santapaola…”) al porto, dal mercato all’interporto, ma è anche vero che erano assai incavolati perché il tempo trascorreva e loro non riuscivano a creare un ponte, anche solo per parlarne, con il massimo vertice delle istituzioni siciliane che da subito aveva adottato delle precauzioni al fine di impedire la pur minima infiltrazione, anche la possibilità di rivolgergli una semplice pressione.

La verità che emerge è che Raffaele Lombardo non cercò il consenso delle cosche neppure in campagna elettorale. C’è un’altra dichiarazione che, a nostro avviso, assume una valenza probatoria non indifferente. Il procuratore della repubblica sottolinea un concetto già espresso dal pentito: “…Raffaele Lombardo prima delle elezioni non si vede”, e Gaetano D’Aquino ribadisce senza esitazione: “almeno, non si vede con nessuno”. Quindi non può esserci stata richiesta di voti nè tanto meno promessa di vantaggi. Con uno che “non si vede con nessuno” non si può essere assunto alcun impegno, nessun accordo. O no?


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