Alberto Caruso (fratello del collaboratore Giuseppe Laudani) non è pericoloso socialmente: revocata la misura di prevenzione personale


Pubblicato il 24 Giugno 2019

Revocata la misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel comune di residenza per la durata di tre anni in favore di Caruso Alberto, con decreto n. 33/19 emesso il 02 Maggio 2019 (irrevocabile il 31 Maggio 2019) dalla seconda sezione della Corte di Appello di Catania

La Corte, infatti, ha accolto il ricorso in appello del collegio difensivo di Caruso, costituito dagli avvocati Alessandro Coco e Maria Caltabiano del foro di Catania.

Caruso, arrestato nell’ambito dell’operazione cosiddetta “Vicerè”, è detenuto dal 10 Febbraio 2016. Egli è il fratello del noto collaborante di giustizia, Giuseppe Laudani detto “Pippo”.

Già condannato in passato più volte poiché resosi responsabile di vari delitti (416 bis, 74, 73 D.P.R. 309/90, detenzione di armi ed altro), nell’ambito del procedimento “Vicerè” è accusato di associazione mafiosa (clan Laudani con ruolo verticistico) ed è stato condannato in primo grado dal Gip del Tribunale di Catania dott.ssa Recupido alla pena di 13 anni di reclusione.

Caruso, quindi, con provvedimento del Tribunale di Catania sezione misure di prevenzione del 10 gennaio 2018, era stato altresì sottoposto alla misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel comune di residenza per la durata di tre anni, reputando il Caruso (alla luce degli atti del procedimento “Vicerè”) soggetto attualmente e concretamente pericoloso.

I legali Alessandro Coco e Maria Caltabiano, però, non hanno condiviso le motivazioni del Tribunale, interponendo un severo gravame che è stato pienamente accolto dai giudici di secondo grado, laddove è stato ribaltato il giudizio di pericolosità sociale su Caruso. 

Secondo le motivazioni della Corte, condividendo il ricorso dei legali Coco e Caltabiano, Caruso non è più soggetto pericolo per la società, ma nel tempo ha dimostrato significativi “intenti risocializzanti” ed una “progettualità positiva”, avallata non solo dagli educatori del carcere e dal comportamento corretto di Caruso nell’ultimo decennio, ma anche dalle risultanze delle indagini del procedimento “Vicerè”.

Piena soddisfazione degli avvocati Alessandro Coco e Maria Caltabiano: “La decisione della Corte di Appello di Catania fa buon governo di un importante principio enunciato recentemente dalle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione (sent. n. 111/2018), posto che anche nei confronti di un soggetto in passato condannato per associazione mafiosa, il giudizio di pericolosità non può essere automatico e/o presunto, ma deve sempre essere valutato come attuale e, soprattutto, concreto.

Applicare, peraltro, la misura di prevenzione in assenza di un rigoroso riscontro dei presupposti (concretezza ed attualità) pregiudica il reinserimento dello stesso detenuto, il quale, dopo essere stato a lungo in carcere, con la misura di prevenzione viene ad essere privato della patente e limitato ulteriormente della sua libertà di movimento, che non aiutano il processo di risocializzazione di chi ha sbagliato e vuole dimostrare seriamente di cambiare vita. Tra l’altro, riottenere la patente è un percorso lungo, che pregiudica le prospettive di lavoro del proposto anche dopo aver scontato la stessa misura di prevenzione.”         


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