Guccini? Assente


Pubblicato il 08 Agosto 2026

di Marco Iacona

Per ogni morte un grande rispetto. A destra a sinistra sopra sotto eccetera. Mi chiedevo in queste ore: ma i vecchi camerati della (mia) vecchia città, piangeranno la scomparsa di Guccini? Andava alla grande questo posso dirlo, la faccia era di chi avrebbe giocato a briscola con gli Hobbit, i temi certe denunce dannate (non indiavolate però: niente di particolarmente rumoroso) che piacevano quanto bastava ai ribelli, rautiani e oltre.

Quando lo conobbi nella Torino poco entusiasmante di Gianni Vattimo, cioè denunciata da Vattimo, mi sembrò un uomo in preda al più arroventato culto di se stesso (voi dite: no, era burbero di natura, montanaro e antisociale…); non so perché, scusate, gli chiesi l’autografo smarrito adesso in un appartato garage. Non me ne vogliate, anch’io sono cresciuto con le sue canzoni, essendo cresciuto con amici che le adoravano, era spiritoso per mestiere, e contrariamente a qualche collega, anch’esso di successo, molto intonato. Alcuni titoli sono come le poesie di Foscolo ricordi solo due tre parole, ma non scordi che sono capolavori.

Paolo Giordano dice bene, negli anni in cui avevi una sola opzione su due: dirti di sinistra sennò eri fascista perché fascista (questa non me la smonta neanche Bertrand Russel) e fascista perché non di sinistra, lui passò per esemplare di comunista dentro e fuori; anni dopo smentì, credo solo Dio sappia la verità. Io me li ricordo i comunisti, quelli che dicevano di essere contro L’Urss solo perché non avevano incarichi ufficiali, insomma: non rischiavano nulla, figuriamoci dirlo adesso a bocce perse. E me li ricordo gli Ingrao che: in fin dei conti non lo so se fossi davvero comunista.

A proposito di Dio, che Dio sia morto non l’ha detto lui, ma uno che a Torino non ho avuto il tempo di incontrare. La canzone è belloccia. Mi sembra un adattamento di Nietzsche con parole Beat, ma un Beat a lieto fine, parrocchiale. Tanto si sa che Dio muore solo per tre giorni e rinasce con la nostra voglia di fare… Felice lo sapesse anche lui, forse un po’ meno quelli che lo ascoltavano. Il trucco era seminare l’entusiasmo delle belle parole. E lui, anche da scrittore, sapeva usarle. Tutto il testo era un (involontario per quanto si voglia) inno alla gioventù che sarebbe stata dopo il ventennio (per carità parlo dei Sessanta-Settanta).

Lui e con lui metto pure Vecchioni, pareva saperla lunga e forse per quella generazione alla ricerca di nuovi padri andava più che bene. Cosa sia rimasto, a parte Fabio Fazio e qualche nostalgico della giovane Ravera che ci spiega le posizioni, è bene lo confessi chi ha nostalgia di qui pezzi; come l’autoflagellazione de L’avvelenata, una bio un po’ narcisa che a quei tempi andava, le parolacce che sdoganavano il linguaggio da strada, le frasona acchiappa fan: il medico dice “sei depresso”, nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento. Era la versione psicoanalitica, ma di una disciplina già precipitante, di: capire tu non puoi, tu chiamale se vuoi emozioni. Di Mogol-Battisti, più profonda, regale.

L’avvelenata la vedo un po’ come la confessione del protagonista, un po’ beone un po’ (finto) Leopardi. Il naufrago che dolcemente naufraga, o naufraga dolcemente, mentre i compagni comprano i dischi e i camerati cantano versi e versacci. Lo facevano per acchiappare senza troppo chiedersi se la vita fosse bella o brutta.

Guccini? Non so se lo studieremo a scuola. Solo perché non so se ci sarà più una scuola.


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