Dal fervore autonomista al Fronte Antifascista: cambiano i nemici, non la strategia


Pubblicato il 10 Agosto 2026

di Guido Libero 
Da alcuni giorni, sui social e sui giornali, è comparso un nuovo protagonista del dibattito politico siciliano: un legale che nel corso della sua lunga carriera ha saputo attraversare con una certa disinvoltura stagioni politiche, schieramenti e narrazioni assai diverse, ottenendo nel tempo riconoscimenti e incarichi provenienti da aree politiche anche molto lontane tra loro. Dal fervore autonomista della stagione di Raffaele Lombardo all’antimafia politica del crocettismo, passando per il centrodestra catanese, oggi lo ritroviamo tra i promotori del cosiddetto “Fronte Antifascista”, nato – almeno nelle intenzioni dichiarate – per contrastare quella che viene rappresentata come una possibile avanzata del generale Roberto Vannacci e del suo movimento Futuro Nazionale.

Una parabola politica certamente originale.In pochi giorni, infatti, siamo passati dall’appello alla difesa della Costituzione alla mobilitazione contro il presunto rischio di una nuova avanzata fascista, fino alle prese di posizione sulle scelte del Governo italiano e persino alle scuse rivolte agli Spagnoli per alcune decisioni assunte dal nostro Paese.
Tutto molto nobile.
Ma una domanda viene spontanea: da quale pericolo dovremmo difenderci?
Perché, piaccia o non piaccia, in Italia non esiste oggi un concreto rischio di ritorno del fascismo. Non c’è una minaccia alle istituzioni democratiche tale da giustificare la rappresentazione di una nuova emergenza nazionale. La Repubblica dispone di istituzioni democratiche, di una Costituzione, di un Parlamento e di un sistema elettorale attraverso il quale i cittadini scelgono i propri rappresentanti.
Si può essere contrari a Vannacci, a Futuro Nazionale, alla destra, alla sinistra o a qualsiasi altra forza politica.
Ma il dissenso politico non può essere automaticamente trasformato nella prova dell’esistenza di un pericolo fascista.
E allora perché tutto questo?
La risposta, se si guarda soltanto all’attualità, potrebbe sembrare complicata.
Se invece si osserva il percorso politico del protagonista, diventa sorprendentemente semplice.
Perché una cosa bisogna riconoscerla: l’uomo è intelligente, politicamente abile e soprattutto possiede una qualità che nella politica italiana può rivelarsi preziosa: sa intuire quando una stagione sta finendo e quando è il momento di inventarsi una nuova posizione.
Una strategia che, almeno in passato, qualche risultato lo ha prodotto.
La “Primavera” finisce e nasce la candidatura
Per comprenderlo bisogna tornare indietro agli anni della politica catanese. Il legale si presenta come voce critica nei confronti della maggioranza del tempo, assumendo il ruolo di oppositore e portavoce di una posizione alternativa.
Una posizione che, secondo questa ricostruzione, gli consente successivamente di approdare al comitato di gestione dell’azienda di trasporto cittadina.
Poi arriva la stagione della cosiddetta “Primavera di Catania”, quella legata all’esperienza amministrativa di Enzo Bianco.
E qui si registra un passaggio particolarmente significativo.
Quando quella stagione politica volge al termine, il nostro protagonista non resta semplicemente spettatore della nuova fase.
Si propone come candidato a sindaco di Catania, accompagnando la candidatura con un nuovo movimento politico, presentato come alternativa rispetto agli schieramenti tradizionali.
Sembra l’inizio di una nuova avventura politica autonoma.
Sembra.
Perché, arrivati a ridosso delle elezioni, quando la candidatura avrebbe dovuto trasformarsi in voti e il movimento in consenso reale, arriva il colpo di scena.
La candidatura viene ritirata in zona Cesarini.
E il movimento che avrebbe dovuto rappresentare l’alternativa finisce per convergere sulla candidatura del professor Umberto Scapagnini.
Con quale risultato?
Il nostro protagonista entra nella nuova amministrazione.
Assessore alla Cultura.
Insomma, la candidatura a sindaco non c’è più, il movimento autonomo nemmeno, ma il posto in giunta arriva.
Ciascuno può naturalmente leggere questa vicenda come preferisce: una normale evoluzione delle alleanze, una scelta politica legittima, una coincidenza.
Oppure, più semplicemente, come il primo esempio di quella che nel tempo diventerà una caratteristica ricorrente: costruire una posizione autonoma, usarla come leva politica e poi trovare il modo di trasformarla in una presenza dentro il sistema.
Quando finisce un incarico, nasce un altro movimento
Poi, come accade spesso nella politica, anche le storie amministrative hanno una fine.
Il sindaco Scapagnini si stanca della presenza dell’assessore e lo caccia.
Per molti sarebbe il momento di fermarsi.
Non per il nostro protagonista.
Finita una partita, se ne apre immediatamente un’altra.
Nasce un nuovo movimento.
Nuova sigla.
Nuova collocazione.
Nuova strategia.
Questa volta nel campo del centrodestra e con il favore politico di Raffaele Lombardo arriva la nomina a sovrintendente del Teatro Massimo Bellini di Catania.
Ancora una volta, la politica cambia e lui cambia insieme alla politica.
Quando però anche quella esperienza arriva alla sua conclusione e l’ennesima creatura politica dimostra tutta la propria difficoltà a trasformarsi in consenso strutturato, il personaggio non si perde d’animo.
Semplicemente cambia campo.
Da Lombardo a Crocetta: cambia il campo, non il giocatore
Arriva la stagione di Rosario Crocetta.
L’antimafia diventa la cifra politica dominante del nuovo centrosinistra siciliano.
E il nostro protagonista, ancora una volta, trova il modo di interpretare la nuova stagione.
Dal lombardismo autonomista al crocettismo antimafia.
E anche questa volta arriva un incarico importante: viene indicato alla guida dell’allora sistema regionale della riscossione, assumendo un ruolo di vertice in Riscossione Sicilia.
Una nuova stagione.
Un nuovo campo.
Una nuova narrazione.
E, ancora una volta, una posizione di potere.
E oggi arriva il Fronte Antifascista

Ed eccoci ai giorni nostri.
Il nuovo terreno di battaglia è l’antifascismo.
Il nuovo pericolo viene individuato nella crescita del generale Vannacci e del suo movimento Futuro Nazionale.
La nuova parola d’ordine è “Fronte Antifascista”.
Sia chiaro: l’antifascismo appartiene alla storia e ai valori fondativi della Repubblica italiana. Difendere la democrazia, la libertà e la Costituzione è un dovere di tutti.
Ma proprio per questo l’antifascismo non può diventare una formula buona per ogni stagione politica, né può essere utilizzato per trasformare ogni avversario della destra in una minaccia per la democrazia.
Essere conservatori, sovranisti, nazionalisti o semplicemente appartenere a una destra radicale non significa automaticamente essere fascisti.
E soprattutto, contrastare politicamente una forza politica non richiede necessariamente la costruzione di un “fronte” come se fossimo alla vigilia di una nuova Resistenza.
Il punto, allora, diventa un altro.
Quanti sono realmente quelli che compongono questo Fronte Antifascista?
Qual è la sua consistenza elettorale?
Quali sono i suoi amministratori?
Qual è la sua struttura?
Quale presenza ha sul territorio?
Quanti cittadini lo sostengono concretamente?
Perché la politica non è una conferenza stampa.
Non è un hashtag.
Non è una pagina Facebook.
E nemmeno una sigla accompagnata da dichiarazioni roboanti.
La politica è consenso.
E il consenso, diversamente dalle sigle, si conta.
Ed è proprio qui che la vicenda diventa interessante.
Perché forse il vero obiettivo del nuovo fronte non è soltanto contrastare un presunto pericolo fascista.
Forse è anche, più prosaicamente, tornare a sedersi a un tavolo politico.
Perché la storia del protagonista racconta una sequenza curiosa: quando nasce una nuova fase politica, nasce anche una nuova sigla; quando la sigla acquisisce visibilità, arriva la trattativa; e quando arriva la trattativa, spesso arriva anche un incarico.
Ieri l’assessorato alla Cultura.
Poi la sovrintendenza del Teatro Massimo Bellini.
Successivamente la riscossione regionale.
E domani?
Chissà.
Magari una candidatura in posizione utile per Camera o Senato.
Magari proprio grazie a una nuova sigla capace di presentarsi come indispensabile nella costruzione di un nuovo equilibrio politico.
Il vero problema non è il fascismo. È la rappresentanza
Ed è qui che sarebbe opportuno riportare il dibattito sulla terra.
Perché il problema dell’Italia non è il ritorno del fascismo.
Il problema è che la paura del fascismo può diventare, a sua volta, uno strumento di mobilitazione politica quando viene evocata senza che esista un concreto pericolo istituzionale.
La democrazia non si difende inventando emergenze.
Si difende con il voto, con il pluralismo, con la libertà di opinione, con il rispetto delle istituzioni e soprattutto con la capacità di convincere gli elettori.
E allora la vera questione non è costruire un fronte contro qualcuno.
È chiedersi chi rappresenta chi.
Chi decide chi rappresenterà gli italiani?
Le segreterie?
Le correnti?
I capi politici?
Le sigle nate pochi mesi prima delle elezioni?
Oppure gli elettori?
La risposta dovrebbe essere scontata.
Ed è per questo che sarebbe auspicabile che anche Giorgia Meloni riuscisse almeno in questo risultato: una legge elettorale che restituisca ai cittadini il voto di preferenza.
Perché se un candidato è davvero rappresentativo, non dovrebbe avere paura di chiedere direttamente il voto.
E se non è rappresentativo, non dovrebbe poter essere catapultato in Parlamento soltanto perché è diventato funzionale a un equilibrio tra partiti, correnti e movimenti dell’ultima ora.
La preferenza restituirebbe agli elettori la facoltà di scegliere e alla politica una parte della dignità che negli ultimi anni è andata perduta.
Perché chi vuole rappresentare i cittadini dovrebbe prima dimostrare di conoscere i cittadini.
Dovrebbe stare nei quartieri.
Nelle periferie.
Tra le imprese.
Tra i lavoratori.
Tra i professionisti.
Tra le famiglie.
Dovrebbe conoscere i problemi della propria comunità non attraverso i comunicati stampa, ma perché li vive ogni giorno.
Altrimenti il rischio è quello di ritrovarci ancora una volta davanti alla politica degli avventurieri, dei beneficiati e degli strateghi della domenica.
Quelli che cambiano campo quando cambia il vento.
Quelli che inventano un movimento quando hanno bisogno di una tribuna.
Quelli che scoprono un’emergenza nazionale quando hanno bisogno di tornare al centro della scena.
Quelli che ieri erano autonomisti, poi antimafia, oggi antifascisti e domani, chissà, magari europeisti, sovranisti o difensori di un’altra causa improvvisamente diventata indispensabile.
Perché, alla fine, il problema non è cambiare idea.
In politica cambiare idea può essere persino una virtù.
Il problema è cambiare idea ogni volta che cambia l’opportunità.
E allora il vero fronte da costruire non dovrebbe essere quello contro il fascismo o contro qualcuno.
Dovrebbe essere il fronte della buona politica contro la politica delle opportunità personali.
Un fronte nel quale non servano sigle inventate all’ultimo momento, ma consenso vero.
Non servano slogan, ma risultati.
Non servano strateghi della domenica, ma persone che abbiano dimostrato, nel tempo, di esserci.
Perché la politica, prima ancora di essere una poltrona, dovrebbe essere una scelta.
E soprattutto dovrebbe essere una scelta fatta dagli elettori.
Non da chi, di volta in volta, riesce a trovare il modo di sedersi al tavolo.


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