La crisi della famiglia come fondamento sociale: da Aristotele alle periferie moderne


Pubblicato il 06 Gennaio 2026

Aristotele identificava nella famiglia (oikos) la prima forma di società naturale, il nucleo fondamentale destinato a evolvere spontaneamente verso il villaggio e infine nella polis, la città-stato dove l’uomo realizza pienamente la sua natura di “animale politico”. In questa visione, la famiglia rappresentava il pilastro su cui costruire l’intera architettura sociale, il luogo primario dove si formano i legami affettivi e si trasmettono i valori morali.

Eppure, osservando la cronaca di questi giorni, emerge una realtà che sembra rovesciare completamente questa prospettiva. Il caso del genitore che picchiava il figlio ripreso da un telefonino per una pubblicazione social ci ha resi partecipi – nostro malgrado -, ma è inutile scandalizzarsi del singolo episodio. È il sistema che sta producendo questi figli, questi minori cresciuti in contesti familiari disgregati.

Chi vive nelle periferie si trova immerso in una situazione difficile da gestire, alquanto articolata. La gestione di questi ragazzi diventa complessa perché si parte da un contesto familiare profondamente alterato, dove i figli vengono concepiti – senza assunzione di responsabilità alcuna – anche per generare reddito attraverso sussidi e sostegni economici, non per amore o desiderio di genitorialità. Il principio aristotelico della famiglia come comunità naturale orientata al bene comune è stato completamente mandato all’aria.

Ci troviamo di fronte a nuclei familiari frammentati, dove si alternano genitori separati, figli di altre unioni, fratellastri e sorellastre in configurazioni sempre mutevoli. Quando vengono meno sia i rapporti affettivi che quelli relazionali, quando la famiglia cessa di essere quel luogo di formazione umana e morale essenziale, l’intera società ne risente. Non si può chiedere alla scuola, alle istituzioni o alla comunità stessa di sopperire a un vuoto così profondo.

Le società del passato hanno potuto raggiungere una forma di benessere collettivo perché si fondavano su famiglie solide e coese. Oggi, invece, vediamo l’effetto opposto: le attività ed idee politiche che negli ultimi decenni hanno indebolito l’istituto della famiglia hanno favorito la disgregazione dei nuclei familiari, generando comunità fragili. Queste comunità, prive di un tessuto familiare saldo, non riescono più a garantire ai giovani quel sostegno affettivo e valoriale indispensabile per la crescita di cittadini consapevoli e responsabili.

E chi ne paga il prezzo più alto sono proprio quei ragazzi delle periferie, abbandonati in un deserto relazionale che nessuna istituzione, per quanto efficiente, può riempire.

Ad oggi, solo recuperando i valori della famiglia si potrà invertire la direzione.

Iena che osserva.

Ps.: un grazie va a chi ha messo a disposizione la sua esperienza professionale per la redazione di questo articolo.


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