La Sentenza 17/2026: Quando la responsabilità contabile diventa l’ultima frontiera della democrazia


Pubblicato il 23 Febbraio 2026

La recente sentenza n. 17/2026 della Corte Costituzionale non è soltanto un tassello che si aggiunge alla complessa giurisprudenza sugli enti locali; è un manifesto del “realismo democratico” necessario per la tenuta del nostro sistema-paese. Affermando la legittimità dello scioglimento dei Consigli comunali che, in stato di dissesto, omettono di approvare il bilancio riequilibrato, la Consulta ha ribadito un principio che troppo spesso viene sacrificato sull’altare del consenso immediato: la stabilità finanziaria non è un orpello burocratico, ma la precondizione essenziale per l’esercizio di ogni diritto civile e sociale.

Per chi osserva da vicino le dinamiche istituzionali, specialmente in contesti di autonomia speciale come quello siciliano, questa pronuncia agisce come una necessaria operazione verità. Troppo a lungo il dissesto è stato percepito come un “incidente meteorologico” da gestire con rinvii e finanza creativa. La Corte, invece, qualifica il default finanziario come l’approdo di violazioni reiterate dei principi di sana gestione. In questo quadro, il bilancio riequilibrato diventa un “adempimento imprescindibile”: non è una scelta tra le tante, ma l’unico ponte rimasto per ricollegare l’ente alla realtà.

Chi non decide, chi non vota quel documento, non sta esercitando una libera prerogativa politica; sta, nei fatti, abdicando alla propria funzione di guida della comunità.Il cuore della questione risiede nella saldatura tra l’articolo 81 (equilibrio di bilancio) e l’articolo 97 (buon andamento della Pubblica Amministrazione) della nostra Costituzione. Un ente locale che non governa i propri numeri cessa di essere un presidio di democrazia per trasformarsi in un ostacolo allo sviluppo. Quando la politica locale procrastina scelte dolorose — come l’efficientamento della spesa o il rigore nella riscossione — per timore di perdere consenso, sta sequestrando il futuro dei propri cittadini, scaricando i costi della propria inerzia sulle generazioni a venire.Ma la portata della sentenza va oltre la rimozione dell’organo consiliare. Il vero “braccio armato” della legalità finanziaria risiede nel regime delle sanzioni personali, ovvero l’incandidabilità per gli amministratori ritenuti responsabili del dissesto.

Definendo il riequilibrio come un obbligo inderogabile, la Consulta blinda la logica dell’articolo 248 del TUEL: chi ha portato l’ente al collasso o ha ostacolato il risanamento non può continuare a esercitare il potere pubblico. La sanzione interdittiva, che può arrivare fino a dieci anni, funge da deterrente democratico: la “patente” di amministratore non è un diritto acquisito, ma un titolo che si mantiene solo dimostrando di saper custodire le risorse della collettività.

Qualcuno potrebbe obiettare che un simile rigore rischi di allontanare le migliori professionalità dalla gestione dei comuni in crisi. Al contrario, è proprio l’assenza di responsabilità che ha permesso, in passato, l’ascesa di una classe dirigente spesso incurante delle conseguenze contabili delle proprie azioni. In Sicilia, l’Autonomia speciale deve essere intesa come il laboratorio della responsabilità massima, non come una zona franca dal controllo.In ultima analisi, la sentenza 17/2026 ci ricorda che la contabilità pubblica è l’ultimo argine contro l’arbitrio. Senza conti in ordine, la libertà di scelta svanisce, sostituita dalla dittatura dell’emergenza permanente. La democrazia vive di voto, ma sopravvive solo se ha il coraggio della trasparenza. La politica che ignora il bilancio è una politica che ha smesso di essere libera, e lo Stato ha il dovere di intervenire non per commissariare la sovranità popolare, ma per salvarla dalle macerie di una cattiva gestione.

fonte: facebook.


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