La storia del baby killer nella Catania della faida mafiosa


Pubblicato il 11 Luglio 2011

 antille1Un delitto orribile per le dinamiche e il movente che lo avrebbe scatenato: una madre e una sorella, Gaetana Conti e Concetta Mazzeo che antepongono la “cultura mafiosa” ai legami d’affetto. L’odio contro i “pentiti”sarebbe prevalso sul legame umano di sangue, portando all’eliminazione di Nuccio Mazzeo (in realtà Mazzei, la O finale è dovuta ad un errore all’anagrafe), il baby-killer “enfant prodige” della Catania violenta, nipote di quel Santo Mazzei “‘U Carcagnusu” protagonista di tante pagine di mafia. La madre e la sorella lo avrebbero consegnato al clan rivale, quello dei Cappello, con cui ci sarebbe stato un accordo. Per uccidere il ragazzo.

Venerdì scorso, però, dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per le due donne, la Corte d’Assise d’Appello (Presidente Antonino Maiorana, a latere Murana) le ha assolte, condannando all’ergastolo il mandante, il boss Salvatore “Turi” Cappello, a 24 anni, l’autista dell’auto usata per il delitto Agatino Stefano Messina. A sparare due “pentiti” anche loro condannati, Salvatore Centorrino e Alfio Scalia. La verità adesso emersa è un’altra: non l’ odio per i pentiti, ma la vendetta, la faida fra clan. Ecco il leit-motiv di questa tragica vicenda. Una storia tremenda, nata nella Catania “infernale” degli anni Ottanta-Novanta, dove i morti sulle strade si contavano a centinaia. Una mattanza. Nuccio Mazzeo era cresciuto in quel clima: poi aveva deciso di iniziare a collaborare con la giustizia. Da lì una storia intricata che in esclusiva ci ha raccontato il legale delle due donne, Francesco Antille (nella foto), che le ha difese insieme al collega Salvo Pace. 

In primo grado, la Corte d’Assise giudica sulla scorta di alcuni elementi che non sono completi“.  Completezza, appunto. Ecco cosa ha scoperto l’avv. Antille: “faccio delle indagini e scopro che nell’ambito di un altro processo penale, cosidetto ‘Atlantide’, il Pm dott.ssa Scaminaci deposita dei verbali per sentire alcuni collaboratori, fra questi verbali ve ne sono alcuni di Francesco Viola”. Chi è Francesco Viola? Un omone, soprannominato “Barry White” per le sue “cantate”, a lungo legato con il boss detenuto Salvatore “Turi” Cappello, un personaggio della criminalità organizzata catanese fuori da “Cosa Nostra”, un clan che negli ultimi tempi è in espansione a Catania e provincia. Cosa dice Viola? “Scopro –racconta l’Antille- che in un verbale, del 27 aprile 1994, Viola è stato interrogato sull’omicidio Mazzeo. Che cosa dice Viola in merito? Che lui avrebbe ricevuto incarico da Salvatore Cappello, nel 1992, di uccidere Santo Mazzei (capomafia catanese, detto ” ‘U carcagnusu”, ndr) appena sarebbe stato scarcerato. Per questo si sarebbe adoperato con un gruppo di fuoco per colpirlo a Milano”. Perché quest’ordine di morte? “Viola racconta  che Cappello – prosegue Antille- temeva che una volta scarcerato Mazzei avrebbe vendicato la morte di Francesco Mazzeo, suo fratello, ucciso nel 1987 a Vaccarizzo (località balneare catanese, ndr) su una sedia rotelle, nonché la morte del nipote Nuccio Mazzeo, uccisi entrambi per volontà del solo Cappello. Questo dice il pentito Viola. Un verbale fondamentale che però la Procura della Repubblica non mise a disposizione né dei difensori né dei giudici nel corso del primo grado. Io non so il motivo per cui questo non fu fatto. Non faccio illazioni di alcun tipo. Constato i fatti.”

Cosa succede allora? Dice Antille: “Accade perciò che se questo verbale fosse stato depositato, sin dal primo momento, nella fase delle indagini preliminari era impossibile la lettura, fatta dall’Accusa in primo grado, di accordi fra Mazzei e Cappello per uccidere il baby-killer. Risultava, infatti, che in verità il Mazzei si era risentito per la morte del baby-killer, tanto da voler uccidere quelli che lo avevano ammazzato”. Quindi, la tesi di un possibile accordo fra clan sarebbe caduto subito. Immediatamente, in quanto intrinsecamente contraddittorio. Insostenibile.

Secondo aspetto spiegato dal legale: “abbiamo sviluppato dal punto di vista difensivo questa tesi. Abbiamo  altresì detto che non c’è prova che si tratti di quelle due donne, la madre e la sorella di Nuccio Mazzeo indicate dall’Accusa, in quanto i ‘pentiti’ su questo punto non sono stati chiari. Anche il confronto, fatto in appello, con domande continue del Presidente Maiorana, ha rivelato che, in verità, né l’uno né altro, né Scalia né Centorrino avevano saputo con certezza che fossero la mamma e la sorella. Questo perché? Perché si scopre a Centorrino il dato dell’identità di madre e sorella l’ha detto il Procuratore della Repubblica Francesco Paolo Giordano, il magistrato che ha istruito le indagini. Abbiamo depositato il verbale relativo. Non è vero, quindi, quanto detto da Centorrino, al dibattimento, in primo grado, che sapesse che le due donne erano la madre e la sorella. In realtà glielo aveva detto il Pubblico Ministero. Non voglio assolutamente fare illazioni. Sto ai fatti. Parlano i verbali. Questo verbale è stato acquisito dalla Corte d’Assise d’Appello”. Continua Antille: “Perché accade questo? Perché il pentito Scalia ha fatto riferimento alla madre e alla sorella. Ma c’è di più: c’è un contrasto insanabile fra i due collaboranti su un altro aspetto. Ed è questo: Scalia dice che alla riunione preparatoria dell’omicidio lui avrebbe intravisto due donne e ci sarebbe stato anche Centorrino nella casa di Fazio, il biscazziere del gruppo Cappello che si trovava vicino a Gravina di Catania. Arriva l’altro collaborante e dice, invece, che le due donne lui non le ha viste mai! Le avrebbe visto al momento della consumazione dell’omicidio. Ma dove si è consumato il delitto: uno dice San Cristoforo l’altro dice a San Giorgio, altra discrasia. Durante le indagini non sono state fatte né una ricognizione dei luoghi né una ricognizione fotografica, quando si poteva fare. Non gli hanno mostrato neanche l’album delle foto ai due pentiti!”

Su questa riunione il legale spiega: “un altro punto fondamentale è che nessuno dei due pentiti, nè Scalia e nè Centorrino, dicono di avere sentito e partecipato alla riunione, presenti le donne, quando si organizza l’omicidio. Quindi, come si fa a dire che avessero detto che avessero partecipato al delitto e non invece l’inganno portato anche nei loro confronti.  Mi spiego: Centorrrino dice di averle intraviste le due donne, ma dice anche che non ha partecipato alla riunione. E allora come si fa a sostenere che le due donne allora dissero che l’avrebbero consegnato al clan per ucciderlo e invece diversamente noi ve lo consegniamo per salvarlo? Santo Mazzei, infatti, aveva attivato un ‘suo’ uomo, Lorenzo Spampinato detto ‘Enzo Alivo’ il quale aveva il compito di prendere questo ragazzo e di portarlo a Milano, città dove Mazzei aveva basi sul territorio e soprattutto dove si sarebbe salvato. Quindi, la prospettiva che le due donne avevano –sempre che fossero davvero la madre e la sorella- poteva essere benissimo quella di consegnare, come ordinato dal cognato Mazzei, il ragazzo a Spampinato con un’azione che gli avrebbe salvato la vita.” Cosa succede infatti? “Spampinato, che poi guarda caso verrà ucciso, invece, fa la cosiddetta ‘tragedia’, cioè una volta che ha in mano il ragazzo lo consegna ai suoi carnefici, che, subito appena entrato in macchina, lo uccidono. Spampinato è l’uomo del tradimento. Di fatto, il gruppo Cappello temeva la libertà di Nuccio Mazzeo, ma non perché fosse pentito, ma perché il baby killer, fuggito al controllo dell’Alto Commissario Antimafia, voleva vendicare la morte del padre Francesco, ucciso nella strage di Vaccarizzo, dove viene anche ferita la moglie, Gaetana Conti, accusata e ora assolta per l’omicidio del figlio”.

Il quadro generale è quindi quello di un figlio che giura vendetta per l’uccisione del padre, un clan quello Cappello, autore del delitto, che teme rappresaglie e vuole eliminarlo e la famiglia del giovane Nuccio che vuole salvarlo. “Quando Nuccio Mazzeo arriva a Catania dopo essere sfuggito dall’Alto Commissario Antimafia –spiega Antille- il gruppo Cappello gli tende un attentato. Lo fanno un gruppo di uomini travestiti da finanzieri cercano, dopo averlo individuato, di ucciderlo. La famiglia Mazzei, nello specifico lo zio, già sequestrato dai sicari, dà l’allarme suonando più volte il campanello di casa e il ragazzo scappa. Questo accade dieci giorni circa prima dell’uccisione del baby-killer. Perché usano le divise delle ‘fiamme gialle’? Perché quando era stato ucciso il padre, Francesco Mazzeo, i sicari si erano travestiti da carabinieri. Il figlio Nuccio, presente all’agguato, avrebbe allora potuto riconoscerli”. Insomma, sono sempre quelli del gruppo Cappello a volerlo morto. Gli davano la caccia per eliminarlo preventivamente. “La preoccupazione dei Cappello –continua Antille- era che il giovane cominciasse a sparare. Per vendicare la morte del padre. Lo aveva dichiarato anche nell’unico verbale fatto in occasione dell’avvio della collaborazione con l’Alto Commissariato Antimafia. E ancora. Non caso, tutti gli omicidi, una sorta di ‘mattanza’,  voluti da Santo Mazzei  -secondo il racconto del pentito Viola- successivamente alla scomparsa del nipote sono imputabili alla volontà di vendetta. Mazzei voleva la riconsegna del cadavere, cosa mai avvenuta per sfregio. Su tutto poi la voglia di vendetta per l’uccisione del fratello Francesco e del nipote Nuccio e poi anche il tradimento di Lorenzo Spampinato. Le due donne, invece, lo volevano aiutare questo ragazzo, ma rimasero vittime di questa sorta di ‘giro dantesco’ dove regnavano intrighi, tradimenti e vendette. Se fosse stato vero che le due donne fossero state davvero in contatto con i Cappello avrebbero benissimo potuto dare indicazioni, invece, al ragazzo per indicare il luogo in cui si trovava Cappello con i suoi uomini. Di lì il baby-killer avrebbe potuto agire per saldare a suo modo i conti”. Insomma, la tesi dell’Accusa è infondata. Un altro elemento smentito è il seguente: “la tesi dell’Accusa -dice Antille- secondo la quale la macchina dove sarebbe avvenuto il delitto era una ‘Croma’ rinvenuta, bruciata, l’ 8 novembre del 1989, vicino ad Adrano. In primo grado, il Pm indica in questo elemento il riscontro dei pentiti Centorrino e Scalia, che hanno descritto la dinamica dell’omicidio, commesso con  numerosi colpi di ‘calbro 38′.

Siccome l’8 di novembre sarebbe il giorno successivo al 7 giorno delle ultime due telefonate dal giovane, telefonate ai giornalisti Enrico Enscher e Angelo Vecchio, per dire che lui non era un pentito. Giorno 8 viene trovata l’auto ritenuta in un primo momento dall’Accusa proprio la macchina del delitto. Invece, gli investigatori hanno accertato che quest’auto non presentava colpi di pistola al suo interno: un dato in contraddizione con quanto raccontato dai pentiti”. Inoltre, l’avv. Antille ricorda un’indagine giornalistica dal giornalista Vecchio, che si recò nel quartiere di San Cristoforo a Catania e acquisì informazioni per scrivere articoli sulla scomparsa di Nuccio Mazzeo. E cosa sentì dire? La gente gli disse “che la mamma era stata ingannata. E questo già nel 1991!” –dice Antille, che prosegue: “questo dato magari non è utilizzabile in sede processuale, ma culturalmente introduce un elemento che poi se riscontrato diventa importante in altro ambito” .

Inoltre, c’è stato anche un depistaggio. “Un depistaggio – spiega Antille- di cui si è resa compartecipe, ma facendo soltanto il proprio lavoro informativo, la trasmissione ‘Chi l’ha visto?’. Perché? Il 5 novembre 2007, successivamente alla cattura delle due donne,  viene trasmesso in televisione un servizio riguardante la scomparsa di Nuccio Mazzeo. Durante la trasmissione, la redazione di ‘Chi l’ha visto? ‘ -e il dvd è stato acquisito dalla Corte già in primo grado- manda in sovraimpressione una lettera stampatello dove Nuccio Mazzeo, che era sotto la protezione dell’Alto Commissario, smentisce di essere pentito. La lettera è stata indirizzata al giornale “La Sicilia” ed è finita nelle mani dei giornalisti Tony Zermo e Salvatore La Rocca, il 25 novembre 1989. Ora se fosse stata vera la tesi dell’Accusa che il giovane sarebbe stato ucciso il 7 novembre, allora il 25 dello stesso mese, se esiste una lettera, questo vuole che era ancora vivo il giovane. Insomma, è smentita questa ipotesi della morte in quel giorno. Questa lettera, i carabinieri che l’hanno ricevuta non la trovano. Non la trovano neanche quelli di ‘Chi l’ha visto’. E’ scomparsa. Sono state fatte indagini, deposizioni in Tribunale dei due giornalisti che hanno detto che hanno consegnato la lettera ai carabinieri. Costoro dichiarano che questa lettera non si trova.” Perché è importante il discorso della lettera? Chi poteva avere interesse a fare credere il 25 novembre che il giovane era ancora in vita e quindi capace di scrivere una lettera? Spiega Antille: “il morto no dice l’avvocato difensore perché è morto, chi l’ha ammazzato non può  da quel punto di vista utilizzare quella cosa, ma la può utilizzare chi l’ha ucciso per fare credere ai familiari e al Mazzei che lui era ancora in vita. Infatti, sono quelli del gruppo Cappello ad occuparsi di fare sparire il cadavere. Su tutto il timore era quello di una guerra sanguinosa”. Insomma, un tentativo di depistare. L’ennesimo episodio  di una trama dell’orrore. Finalmente dipanata.


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