La storia di “Mangiadischi”: quando una piazza simbolo diventa un campo di ingiustizie


Pubblicato il 22 Novembre 2025

Succede nella “città della legalità” del sindaco Trantino. Qualcuno ci crede pure…

C’è un angolo di Catania che per anni ha respirato musica e leggerezza, donando lustro a Catania in tutto il mondo: Piazza dell’Indirizzo, nota a tutti come piazza degli Ombrellini. Un posto dove le serate scorrevano tranquille, tra tavolini all’aperto, risate, qualche bicchiere e un viavai continuo di cittadini e soprattutto turisti. In mezzo a tutto questo, “Mangiadischi” era diventato quasi un simbolo: un locale nato dal niente, cresciuto grazie all’amore di chi ci ha creduto ogni giorno, al lavoro, alla fatica. Un posto simbolo rispettato e ben voluto.
Poi, da un certo punto in poi, l’aria cambia.
Di fronte al “Mangiadischi” apre una nuova attività. Niente di strano, all’inizio. Succede, fa parte del gioco. Ma stavolta qualcosa stona. Più che il locale in sé, è chi si muove intorno a quel locale.
La figura “che non c’è” ma c’è sempre.
Nei giorni successivi all’apertura, in piazza tutti notano la stessa persona: qualcuno che non risulta nei documenti ufficiali, ma che nella pratica si comporta come se fosse lui il proprietario della nuova attività.
È lui che parla con operai e tecnici. È lui che decide dove montare, cosa spostare, come allestire. È lui che discute con chiunque si avvicini.
Il problema non è solo il atteggiamento: è la continuità della sua presenza. C’è sempre. Su tutto. Come se fosse lui il vero titolare.
Ed è inevitabile che partano i commenti. Si dice — e lo si dice a voce abbastanza alta — che quest’uomo abbia “vicinanze importanti”, in particolare con ambienti della nuova Democrazia Cristiana guidata da Totò Cuffaro. Sono voci, non accuse. Ma a Catania le voci hanno radici profonde, e spesso non spuntano dal nulla.
Fin qui potrebbero essere solo chiacchiere. Se non fosse per ciò che succede subito dopo.

La prima crepa: loro montano senza concessione, ma nessuno vede nulla.
Passano pochi giorni e la nuova attività si monta completamente senza alcuna concessione di suolo pubblico. Tavolini, sedute, strutture: tutto su area pubblica, senza autorizzazione.
Eppure… niente. Nessun controllo. Nessun vigile. Nessuna multa.
Come se quella presenza non desse fastidio a nessuno.

La revoca improvvisa (a chi non ha fatto niente).
Pochissimo tempo dopo, arriva un provvedimento. Non per chi è montato senza titolo — quello no. Arriva invece a “Mangiadischi”.
Una revoca del suo suolo pubblico. Improvvisa, senza neanche l’avviso formale previsto dalla legge.
Il locale di fronte resta lì, montato. “Mangiadischi” no.
Il titolare non si rassegna: presenta ricorso al Tar. E il Tar gli dà pienamente ragione: la revoca è illegittima, viziata, proceduta male, costruita male. E, fatto ancora più grave: il Comune aveva assegnato gli stessi spazi della revoca… alla nuova attività, prima ancora che la revoca fosse effettiva.

Dopo la sentenza, il paradosso.
Uno si aspetterebbe che, dopo una decisione così chiara, le acque si calmino. Invece no.
Il locale di fronte continua a montare senza titolo. E solo a quel punto — settimane dopo la prima installazione illegittima — arrivano i primi controlli e persino i sequestri.
Per molti in piazza è la conferma che le regole non valgono allo stesso modo per tutti.

Seconda revoca: la motivazione più strana di tutte.
Passa meno di un mese. “Mangiadischi” riceve una seconda revoca.
La motivazione sembra scritta al contrario: la PA dice che si riserva di “rivalutare” il suolo pubblico… per poterlo eventualmente dare proprio al locale che aveva commesso gli illeciti.
Sembra assurdo, ma c’è di più.
Due ore dopo: concessione al locale di fronte
Due ore dopo la revoca a “Mangiadischi”, la nuova attività riceve la concessione del suolo pubblico.Stessa misura. Stesso punto.
Tutto regolare, improvvisamente. Incredibilmente regolare.

Nel mezzo di tutto questo, un imprenditore che vuole solo lavorare.
Il titolare di “Mangiadischi” non fa proclami. Non vuole guerra. Non cerca politica. Vuole solo lavorare, come ha sempre fatto.
“Questa piazza è casa mia”, dice. “Ci ho messo tutto. Voglio solo continuare a fare quello che faccio da anni: lavorare bene. Non chiedo favoritismi, chiedo solo che la legge valga per tutti.”

Una storia che non ha bisogno di fronzoli.
Questa vicenda, nel suo intreccio di controlli tardivi, revoche discutibili, concessioni lampo e presenze ingombranti, si racconta da sola. Non servono slogan, non servono accuse.
Servono domande. Quelle sì.
Perché una piazza che per anni è stata simbolo di socialità oggi sembra diventata una partita a scacchi dove non tutti muovono i pezzi con le stesse regole.

iena della legalità.


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