Quando il centrodestra smette di rappresentare il suo elettorato


Pubblicato il 31 Maggio 2026

di Guido Libero.

L’affermazione politica del generale Roberto Vannacci viene spesso analizzata attraverso categorie nazionali, ideologiche o comunicative. Si parla del suo linguaggio diretto, della capacità di intercettare il disagio sociale o della crescente domanda di rappresentanza proveniente da ampi settori dell’elettorato. Tuttavia, i leader del centrodestra rischiano di non cogliere un elemento essenziale: l’avanzata di Vannacci è anche il prodotto delle delusioni generate da una parte del ceto politico del centrodestra stesso.

Il problema non nasce soltanto nei palazzi romani, ma soprattutto nella gestione quotidiana degli enti locali. In molte amministrazioni guidate da forze che si richiamano ai valori del centrodestra, gli elettori percepiscono una crescente distanza tra le promesse elettorali e le scelte concrete di governo. Sempre più spesso vengono adottate politiche che appaiono estranee alle esigenze e alle aspettative di quel mondo produttivo, commerciale e popolare che tradizionalmente costituisce la base elettorale del centrodestra.

Il caso di Catania è emblematico. La città etnea rappresenta storicamente una realtà a forte vocazione moderata e conservatrice, ma una parte significativa dei cittadini guarda con crescente disillusione all’operato dell’amministrazione guidata dal sindaco Enrico Trantino. Molte delle scelte compiute negli ultimi anni vengono percepite come più vicine a modelli amministrativi tradizionalmente associati al centrosinistra: la chiusura di importanti assi viari, la realizzazione di nuove piste ciclabili, una politica di controlli ritenuta particolarmente gravosa per piccoli e medi commercianti e una pressione fiscale che, secondo numerose categorie produttive, continua ad aumentare.

Parallelamente, cresce la sensazione che questioni fondamentali come il degrado delle periferie, la sicurezza urbana, la manutenzione dei quartieri popolari e il sostegno alle attività economiche locali non ricevano la stessa attenzione. È proprio questo scarto tra le priorità percepite dai cittadini e quelle perseguite dall’amministrazione comunale a generare un sentimento di estraneità e, in alcuni casi, di vero e proprio tradimento politico.

Quando gli elettori non si riconoscono più nelle scelte dei partiti che hanno sostenuto per anni, difficilmente restano immobili. Cercano nuove risposte, nuovi interpreti e nuove forme di rappresentanza. In questo contesto si inserisce il successo di Vannacci, che per molti cittadini rappresenta non soltanto una proposta politica alternativa, ma anche una forma di protesta nei confronti di una classe dirigente giudicata distante dalle esigenze reali del territorio.

Per questo motivo, il consenso raccolto dal generale non dovrebbe essere liquidato come un fenomeno passeggero o esclusivamente mediatico. Esso costituisce anche un segnale di allarme rivolto al centrodestra tradizionale. Un segnale che parla di identità smarrita, di aspettative disattese e di un rapporto sempre più fragile con il proprio elettorato storico.

Catania, da questo punto di vista, può essere letta come un laboratorio politico. Una città che continua a collocarsi culturalmente nell’area del centrodestra ma che, sentendosi poco rappresentata dalla propria amministrazione , guarda con interesse crescente a esperienze politiche alternative come quella di Vannacci e del movimento Futuro Nazionale a prescindere dal progetto politico che egli sta costruendo attorno alla sua figura. È il sintomo di una frattura che non può essere ignorata.

Se il centrodestra vuole evitare che questo fenomeno si consolidi, dovrà interrogarsi meno sulle ragioni del successo di Vannacci e molto di più sulle ragioni della propria perdita di credibilità presso una parte del suo stesso elettorato. Perché, spesso, il principale avversario di una forza politica non è chi cresce all’esterno, ma gli errori che essa continua a commettere al proprio interno.


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