Quelli che… Pasolini


Pubblicato il 16 Novembre 2025

di Marco Iacona

Pasolini. Già, Pasolini. Non è un intellettuale, non è un uomo, non solo quello: semplicemente, è un sistema. Dicesi sistema quel complesso di forze o elementi che costituiscono, scientificamente, un’unità, un’anima, una globalità. Pasolini è sistema, cioè non è somma di parti, non è visione dal basso, ma è complessità, visione dall’alto.

Pasolini è un gramsciano di ferro, è un marxista di ferro e non occorre spiegarlo nei dettagli. Gramsci da due-tre generazioni è stato rivalutato a destra, per ultimo dal ministro Giuli (quando ci incontravamo a Roma non ricordavo che lo fosse, ma la memoria è… selettiva). Gramsci rivaluta la sovrastruttura; l’appropriarsi di strumenti di potere o di egemonia popolare, è conditio sine qua non per la conquista del consenso; dubito però ci si riesca continuando a tifare Beatrice Venezi anche se si rende necessario, dati i tempi, non lasciare nulla di intentato evitando di cadere in una visione althusseriana del reale. A favore di una scienza che confina a stento con la politica secondo una ovvia lettura volontaristica di Marx. Pasolini ci faceva, anche se certe manie strutturaliste, da mondo privo di uomo, si confacevano alla sua visione della vita forse meno colta di quel che si potrebbe immaginare. Ma il suo era più un istinto da cacciatore che di raffinato analista del sociale, ne aveva viste così tante da potersi permettere perfino lo sberleffo a se stesso.

Pasolini padre dei fedeli alla preghiera. C’è tutto un filone pasoliniano oggi, di chi vorrebbe chiudersi nella propria torre, crocifisso in mano, e raccontare ai santi le proprie sofferenze di uomo (condividiamo, naturalmente). Un Pasolini più religioso di quel papa Francesco che ha trasformato la parola di una Chiesa millenaria in una opinione tra le tante, oggi in bocca a un americano difficilmente interpretabile (quando comincerà a fare il pontefice?). Pasolini conservatore, ma frocio così secondo il gergo bergogliano. Frenatore con i poliziotti a Roma a Valle Giulia. Ma qui le interpretazioni sono tante. Uno: sapeva che a Valle Giulia c’erano anche i fascisti, che rivendicano oggi con onore un loro Sessantotto? Due: era contro i giovinastri solo perché figli di papà ed era a favore dei poliziotti solo in quanto lavoratori costretti a prenderle da (talvolta a darle a) bulletti flagellati da acne cognitivo? Tre: Pasolini che non era più lui e che subiva, più degli altri, quella crisi della sinistra che anni e anni dopo sarebbe sfociata nell’accettazione di un capitalismo riformatore e risanatore e in un dirittismo come faccia presentabile dell’orrido comunismo? Le due cose potendo essere perfino non contraddittorie (socialdemocratici e comunisti uniti nella lotta…), tanto a fine serata si sarebbero fatti i conti.

Oggi, la destra, perfino quella di Ignazio La Russa ne rivendica la proprietà ideologica. Sarò sincero: non so quanto ne sappiamo i destrini medi di quell’uomo che ancora prima del Sessantotto era odiatissimo a destra, insultato, banalizzato. Detestava i fascisti, il bolognese, e ciò bastava; quelli di ieri, quelli storici che vedeva come dei borghesissimi e violenti normalizzatori, sconosceva Giovanni Gentile, sconosceva una lettura più profonda del fascismo, che apparteneva ai fascisti ordinovisti e che per ovvi nessi da cortocircuito ideologico non poteva essere sua. E odiava i fascisti a lui contemporanei, cioè quelli che, a suo dire, tenevano per l’ideologia americanista e che stavano trasformando l’Italia in una succursale a stelle e strisce. Con una guerra fredda alle porte di casa, ma anche dentro i confini, era praticamente impossibile per i neri dargli ragione.

Oggi, Pasolini è emblema di religiosità tradizionale, di legame ai valori anzi Valori, di cultura dei diritti purché appunto tali e non testa d’ariete per introdurre un caos economico, esso stesso… malattia. A suo tempo, era un incomprensibile cercatore di spazi culturali, di giocoliere nelle diverse forme d’arte, di provocatore e pauperista semicolto (insisto sul fatto che Pasolini “avesse studiato”, ma non tantissimo: è l’esito di una recente iniziativa pasoliniana tenutasi a Genova), di simbolo per spiantati della parola e del gesto. Un primitivo che sapeva il fatto suo più di molti conservatori borghesi. Se la destra vuol tifare per quel Pasolini di spazio ne ha. La destra parsifaliana, casomai esistesse, è però tutt’altro che sistema, semmai ipocrita confusione. Fa la pace con Salvini e dice di leggere Céline, studia Pound ed è poltronista, tifa Israele e fa finta di non aver mai letto Henry Ford, si spartisce posti e assessorati e quando scopre un tizio che si dice anarchico tira fuori, per malandato orgoglio, la propria anima raboniana.

Raboni quello che incautamente disse che il Novecento era culturalmente di destra, e che rinvigorì un narcisismo nero ultraconservatore, pre-Copernicano. Insomma, il problema è tutto qui: Pasolini è sistema, c’è un pasolinismo autoregolativo; la destra che conosco e non frequento è superficialità da dottorini della Pegaso, eventualmente da giardinetti. Ah, com’è “bella” la destra da Insight disorganizzato!


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