Sant’Agata, ovvero una città nel bene e nel male


Pubblicato il 07 Febbraio 2012

di Rosario Patanè, considerazioni dolciamare di un catanese doc….

Come al solito a pagare il prezzo più alto è Catania e i catanesi onesti. Sì perchè le autorità laiche, religiose, i responsabili, gli organizzatori e programmatori della festa, pensano più ad apparire che a tutelare la città e i cittadini, in poche parole se ne sono lavati le mani nei momenti e nelle decisioni più autorevoli. Non critico i colori dei venditori di palloncini, nè il calore dei venditori di ceri, nè gli aromatizzatori dei “rusti e mangia”, poiché basta organizzarli meglio visto che anche loro sono la festa, ma se ne sono lavati le mani nei momenti topici come la salita dei Cappuccini.

Ricordo che quando ero piccolo, mia nonna Sara giorno 4 ci portava con l’autobus, tutti i nipoti insieme a vederla, perchè sparavano la moschetteria dentro Catania vecchia e ogni anno dalle 13:00, massimo alle 14:30, si faceva la salita, perchè quello era l’orario della morte di sant’Agata, mentre oggi è tutto stravolto, la salita dei cappuccini si fa anche alle ore 20:00. C’è chi ha creato il precedente antipatico della dodicesima candelora, sicuramente nei prossimi anni vedremo le candelore diventare 13,14,15,20, perchè è chiaro: “loro si? Noi no?”, tutto ciò perchè siamo a Catania, non in Svizzera.

Se ne sono lavati le mani nelle decisioni autorevoli, vedi il solenne pontificale del 05/02/2012 dove si è blindata la cattedrale perchè era presente il signor cardinale Tarcisio Bertone. Ho visto parecchi volti del clero e dei laici fieri e sazi, ma la vera fierezza è stata l’omelia del cardinale Bertone, in particolare sul nichilismo dei giovani, lo sconforto e la solitudine delle famiglie, ma il passaggio più evangelico sono state le sue parole <<“Vivere è anche condividere”>>. Laicamente vuol dire insieme ai diritti vi sono anche i doveri.

Nella voce vivere vi sono i diritti, diritti di una festa grandissima, se non ricordo male la terza al mondo per partecipazione e presenza di pubblico, per cui delle sviste o degli svarioni ci possono anche stare, è la festa, ma sulla voce condividere dovrebbero esservi i doveri e soprattutto tolleranza zero, come faceva l’arcivescovo Picchinedda quando la mattina le sacre reliquie entravano, tutti, dico tutti, si mettevano in ginocchio in segno di fedeltà e rispetto alla Santa, non è tollerabile che in uno spiazzo di dieci metri quadri possano entrare diecimila persone, perchè allora ogni anno assisteremo ad un miracolo.

Sicuramente il coraggio e il decisionismo del capo vara Claudio Baturi è l’esempio di convivere e doveri di vivere, vivere la festa. La festa non può rivivere la tragedia e la tristezza di via San Giuliano, della speculazione del caso di Raciti, o dello sciacallaggio politico di chi subito vuole responsabilità politiche. Forse è utile ricordare quel pensiero di Platone, il quale pensava che sia più auspicabile che ci siano delle brutte leggi ma uomini, uomini giusti, che delle buone leggi ma uomini sbagliati.


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