Sicilia, la resa dei conti: quando il caos è una strategia per tornare alle urne


Pubblicato il 25 Ottobre 2025

La politica siciliana vive da mesi una contraddizione stridente: a parole, tutto funziona. La maggioranza si dice compatta, il governo procede, i proclami si susseguono. Ma sotto la superficie, la realtà è ben diversa. Si muove un gioco sotterraneo, fatto di veti incrociati, correnti in guerra e ambizioni personali che attendono solo il momento giusto per esplodere. E se tutto questo caos non fosse casuale? Se l’obiettivo vero, non dichiarato ma perseguito con determinazione, fosse semplicemente uno: andare a votare?
Il governo Schifani: un castello di carte
Partiamo dal centro. Il ritorno di Sammartino nella Lega ha riacceso pretese politiche che sembravano sopite. L’ultimo episodio, il “caso Iacolino”, è solo l’ennesima scintilla in un clima già surriscaldato. Ma il problema vero è più profondo: Renato Schifani guida una regione senza avere la maggioranza nemmeno nel suo partito. Forza Italia è spaccata, e il presidente non ha i numeri per imporre un coordinatore regionale a lui fedele. A meno di non scendere a patti con Lombardo, il cui prezzo politico sarebbe insostenibile.

Un presidente ostaggio delle dinamiche interne del suo stesso partito non governa. Galleggia e si sostiene con incarichi di sottogoverno, nel migliore dei casi. E questo è esattamente ciò che sta accadendo: Schifani fa tutto tranne il presidente della Regione.

Fratelli d’Italia: tre anime, zero sintesi

Se Forza Italia balla, Fratelli d’Italia suona. Il partito più forte della coalizione si è trasformato in una riedizione della vecchia Democrazia Cristiana: tre correnti agguerrite, ciascuna con i propri interessi e le proprie strategie. C’è la corrente Galvagno-La Russa, che ha archiviato le difficoltà giudiziarie e ora fa pesare il ruolo del presidente del Senato nelle nomine dei sottogoverni. C’è la corrente Pogliese, la più radicata sul territorio, che non fa troppo rumore ma incassa poltrone e mantiene il controllo del gruppo, sempre pronta al voto perché sa di poter contare su una macchina organizzativa solida e ben strutturata. E poi c’è la corrente Musumeci-Razza, quella che non si espone mai direttamente ma che ha dato il via libera alla campagna contro Schifani. Non è un caso che Manlio Messina, ex fedelissimo oggi esterno al partito, sia stato “benedetto” pubblicamente da Musumeci durante la convention di Fdi. Il ministro lo ha lodato, lo ha incoraggiato a “tornare”. E come un interruttore azionato a distanza, Messina ha iniziato a contestare sistematicamente ogni comunicato del governo regionale. Ogni risultato annunciato viene smontato, ogni iniziativa criticata.

È la classica strategia del logoramento: indebolire Schifani fino a renderlo inservibile.

Lega e DC: vassalli e protettori.

Nella Lega di Sammartino non esiste margine per chi non gode della sua benevolenza. Il caso Cantarella, indicato come assessore nel suo comune e poi stroncato dal veto di Sammartino, è emblematico. Il Carroccio siciliano è un feudo personale, e ora ha avviato una campagna acquisti tra gli addetti ai lavori per rafforzarsi in vista di una possibile (auspicata) tornata elettorale.

La DC, dal canto suo, si è legata alla Lega con un apparentamento che la mette al riparo. Con Totò Cuffaro alla guida, lo spessore politico c’è. E in questa situazione caotica, i democristiani si limitano a guardare, consapevoli che nel caos generale possono solo guadagnare consensi.

Il vero obiettivo: le urne

In questo marasma, una cosa è chiara: nessuno dei protagonisti ha interesse a far funzionare davvero questa maggioranza. Le correnti di FdI sanno di essere forti e vogliono pesare di più. La Lega vuole consolidare il proprio ruolo. Forza Italia è paralizzata dalle sue divisioni interne.

E Schifani? Schifani è ormai un presidente senza potere reale. Andare a votare risolverebbe tutto. Permetterebbe a ciascun leader di riposizionarsi, di rivendicare la propria forza, di liberarsi dai vincoli di una coalizione che esiste solo sulla carta. Soprattutto, toglierebbe di mezzo un presidente che non riesce a essere tale, sostituendolo con qualcuno che sia espressione della sua maggioranza. Nessuno lo dice apertamente, ma tutti lo sanno: il caos attuale non è un incidente.

È una strategia. E l’obiettivo finale è uno solo: tornare alle urne. Prima possibile.

Iena che osserva.


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