Storia socialista: il riformismo di Craxi negli anni Ottanta


Pubblicato il 24 Luglio 2020

La storia di questo Paese ripropone riflessioni su passato che valgono come monito per il futuro. In tal senso vale la pena ricordare il tentativo contrastato e osteggiato di modernizzare le istituzioni e di approvare delle riforme che condusse negli anni ottanta Bettino Craxi, che eletto Presidente del Consiglio nel 1983, seppe coniugare una guida forte, un senso dell’equilibrio e una capacità di imprimere un impulso all’economia di uno Stato che arrancava con un inflazione paurosa al 16%.

Craxi decise nel febbraio del 1984 con il famosi decreto di San Valentino il taglio della scala mobile e riuscì, dopo il referendum promosso dal Pci e dalla Cgil, a dimezzarla portandola all’8,6%.Quando Craxi nel 1987 fini di fare il Presidente del consiglio l’inflazione si fermò al 4%.Nei suoi quattro anni la crescita economica raggiunse il 4% e l’Italia si collocò al quinto posto tra le grandi potenze economiche del mondo. Altri tempi senza globalizzazione ma, fu possibile raggiungere questi livelli, grazie anche alle misure per sopperire alla crisi fiscale con la crescita delle entrate, dovute alle misure quali il registratore di cassa e lo scontrino fiscale.

Naturalmente si è criticato il governo Craxi poiché nel quadriennio la spesa pubblica è aumentata e, quindi, anche il debito passò dal 70%al 90% del PIL. Siamo in una fase in cui la maggior parte delle aziende pubbliche non sono state dismesse o privatizzare e in un momento ci fu una buona politica degli investimenti. Ma ad attenuare questa presunta responsabilità del rapporto debito/PIL ha contribuito l’aumento del costo degli interessi provocati dal divorzio tra il Tesoro e la Banca d’Italia. Tale  decisione fu presa dal governatore Ciampi in modo auticrarico  e avallata  dal ministro Andreatta durante il governo Spadolini che fu appunto  in carica prima di quello del leader socialista. Da allora in poi le aste dei BOT invenduti non ebbero più la garanzia di essere comprati dalla Banca d’Italia e, così, il Tesoro per collocare i titoli dovette offrire interessi più alti.

I rendimenti alti spinsero le banche e i risparmiatori a sostituire i depositi tradizionali con titoli pubblici, inducendo gli imprenditori ad investire non più nella propria impresa ma in titoli di stato con rendimenti elevati e certi. In tal senso alla fine del decennio dal 1981 al 1992  non solo si realizzò un colossale trasferimento di ricchezza dai contribuenti alla finanza ma il rapporto tra debito pubblico si portò dal 60%al 120%.Tutto ciò per amore di verità e per una memoria corretta degli eventi.

Rosario Sorace.


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