Castiglione e le imprese (im)possibili


Pubblicato il 05 Novembre 2011

di Iena Ridens Le famiglie sono un tratto ricorrente della politica siciliana. Lasciando stare tempi lontani, andando all’attualità, i Germanà a Messina, i Minardo a Ragusa, i Lombardo in ogni dove. Trattasi spesso di padre e figlio, quando non addirittura di nonno-padre-figlio, oppure di fratelli, o di zio e nipote. Poi c’è la categoria particolare dei suoceri-generi. Senza fare offesa al professore Cittadini ed al parlamentare nazionale pidiellino Dore Misuraca, quella di gran lunga più conosciuta è quella dei Firrarello-Castiglione. Pino e Giuseppe.Sul passato c’è poco da dire, perché è conosciuto e stra-raccontato. Più interessante è capire quale sarà la traiettoria che il duo prenderà al crepuscolo del Berlusconismo, come dribblerà le rovine giù fumanti dell’Impero di Arcore, quale sarà l’aereo su cui si imbarcheranno per continuare il volo.Che il duo si lascerà travolgere dall’ondata di piena che sta già travolgendo la landa forzaitaliaota è fatto su cui non si sente di accettare scommesse neppure la Snai. Del resto, è abbastanza prevedibile che possa accadere a chi si è collocato a destra dello scacchiere perché così è capitato, ma avrebbe potuto benissimo trovarsi dal lato opposto e scandalo non ci sarebbe stato. Ed infatti Castiglione sul lato opposto c’è stato, assessore regionale all’industria nel governo ribaltonista presieduto da Capodicasa.Il fatto è che, mentre Pino, complice l’età che avanza, ha fatto la scelta del ritorno al buen retiro brontese e difficilmente si ricandiderà al Senato, Giuseppe il genero ha trascorso gli ultimi due anni preparandosi al gran balzo nazionale. Così la presidenza della Provincia, da cui per dire Raffaele Lombardo ha spiccato il volo verso la Regione, facendone strumento per la costruzione del Mpa (e lasciando comunque un cospicuo attivo di bilancio), è diventata una ridotta gestita pensando soprattutto a distruggere l’eredità lombardiana.Ma questo sarebbe il meno: i suoi si lamentano che Giuseppe si faccia vedere poco in segreteria, non risponda al telefono, non si dedichi insomma a quella politica dell’ascolto di cui è campione il suocero. “Meno male che c’è Pino che tiene aperta la segreteria”, il commento ricorrente degli uomini della corrente, “Giuseppe è più a Roma che qua”.Già: la presidenza dell’Upi lo ha portato più a Roma che a Catania, e gli ha fornito la grande occasione di inserirsi nel dibattito sul federalismo fiscale. L’hanno sfruttata appieno i presidenti dell’Anci, ultimo Graziano Del Rio, e il presidente della conferenza delle Regioni. Vasco Errani, che si sono ritagliati lo spazio di interlocutori privilegiati del governo e di ospiti assidui dei talk show televisivi. Non così è successo per lui, le cui apparizioni si limitano alle riprese seduto al tavolo delle conferenze stampa a Palazzo Chigi o accanto ad uno dichiaratori ufficiali del Pdl, il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto.Ma il vero investimento Giuseppe lo ha fatto nel rapporto con Angelino Alfano, solido al punto di sacrificare sull’altare della sua nomina a coordinatore regionale gli equilibri interni al partito. Questi poi si sono definitivamente incrinati con la gestione da regolamento dei conti interni operata dal duo Castiglione-Nania, che ha portato in rapida successione alla scissione con Miccichè ed ad un progressivo indebolimento del partito di maggioranza nell’Isola dentro il quale Raffaele da Grammichele ha avuto buon gioco nell’inserirsi, escludendo i vessilliferi berlusconiani dal governo della regione.Così, quando Angelino è stato investito da Re Silvio della carica di segretario, il traguardo è sembrato vicino: con Alfano designato candidato premier, scenari possibili di incarichi governativi per Giuseppe sono diventati più che probabili. Peccato che la crisi finanziaria e l’incapacità del governo a rispondere con costrutto e tempestività abbiano fatto precipitare le cose al punto in cui sono, con un Berlusconi ormai vicino allo sfratto ed il solo Alfano a parlare di maggioranza che reggerà fino al 2013 (cosa a cui non credono più neppure gli uscieri di Palazzo Grazioli).Insomma: l’Alfano che non ha voluto, saputo, potuto fare l’unica cosa che lo avrebbe incoronato leader del centrodestra, e cioè essere il Dino Grandi di Berlusconi, adesso ha margini operativi ristretti e vede sfumare il miraggio di Palazzo Chigi, a cui assurgeranno o il Mario Monti incoronato dalle tecnocrazie europee, o il Casini che si appresta al raccolto dopo la lunga traversata del deserto: patto con il Pd per portare Prodi al Quirinale nel 2013, lui a Palazzo Chigi prima, e sul Colle dopo, nel 2020, quando avrà ancora solo 65 anni.E Giuseppe? Se fossimo insegnanti di scuola media (e questa vecchia iena, per ragioni anagrafiche, potrebbe esserlo) racconteremmo della vicenda ai ragazzi utilizzando la favola di Icaro. Che per aver voluto volare troppo vicino al sole, finì…lo sapete, no?

Iena Ridens


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