La domanda più importante continua a non essere posta:dove finiscono i milioni di euro prodotti ogni anno dal traffico di droga, dalle estorsioni, dall’usura e dalle altre attività criminali? In quali imprese vengono reinvestiti? Attraverso quali professionisti vengono riciclati? Quali rapporti legano quei capitali all’economia legale? Quali connessioni esistono con pezzi dell’imprenditoria, delle professioni, della […]
Catania, la mafia che non si vuole vedere
Pubblicato il 08 Luglio 2026
La domanda più importante continua a non essere posta:
dove finiscono i milioni di euro prodotti ogni anno dal traffico di droga, dalle estorsioni, dall’usura e dalle altre attività criminali? In quali imprese vengono reinvestiti? Attraverso quali professionisti vengono riciclati? Quali rapporti legano quei capitali all’economia legale? Quali connessioni esistono con pezzi dell’imprenditoria, delle professioni, della pubblica amministrazione e della politica?
Sono queste le domande che distinguono la cronaca nera dall’analisi della mafia.
Perché la mafia non è semplicemente un’organizzazione armata. Se fosse soltanto questo, sarebbe stata sconfitta da tempo. La sua forza non risiede esclusivamente nelle pistole, ma nella capacità di trasformare il denaro sporco in ricchezza pulita, di infiltrarsi nell’economia legale, di costruire relazioni con imprenditori, professionisti, funzionari pubblici e pezzi della politica. È questo sistema di relazioni che rende la mafia un potere e non una semplice organizzazione criminale.
Lo hanno spiegato per decenni magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Lo hanno confermato centinaia di sentenze. Lo raccontano da anni le relazioni della Direzione Investigativa Antimafia e della Direzione Nazionale Antimafia: Cosa Nostra non vive soltanto di controllo militare del territorio, ma di investimenti, società, appalti, riciclaggio, intermediazioni professionali e consenso sociale.
Anche a Catania.
La storia della città dimostra che il potere mafioso non è mai stato confinato nei vicoli di San Cristoforo o nelle piazze di spaccio di Librino e San Giovanni Galermo. Il cosiddetto “modello Catania”, descritto da numerose inchieste giudiziarie e raccontato con straordinaria lucidità da Giuseppe Fava, era fondato proprio sull’intreccio tra criminalità organizzata, grande imprenditoria, professioni, finanza e politica.
È questo il volto più pericoloso della mafia.
Non quello che spara.
Quello che investe.
Quello che compra.
Quello che tratta.
Quello che si siede ai tavoli dell’economia legale.
Per questo stupisce il dibattito pubblico sviluppatosi negli ultimi mesi.
Mentre la Commissione regionale Antimafia riportava al centro il tema del riciclaggio dei capitali mafiosi, del reclutamento delle nuove generazioni, del controllo del narcotraffico e delle responsabilità sociali e istituzionali, una parte significativa del racconto cittadino continuava a restringere il campo visivo.
La visita della Commissione, guidata dal presidente Antonello Cracolici, ha avuto il merito di ricomporre un fenomeno che per mesi era stato raccontato a pezzi: armi, droga, denaro, povertà educativa, dispersione scolastica, marginalità sociale e investimenti nell’economia legale fanno parte dello stesso sistema.
È la mafia.
Non una somma di episodi.
Eppure, fino a quel momento, il lessico dominante era un altro.
Le sparatorie diventavano “fibrillazioni”.
Gli agguati “dinamiche interne”.
Le spedizioni punitive “regolamenti di conti”.
Una terminologia apparentemente neutra che produce però un effetto molto preciso: confinare la violenza dentro il mondo criminale e separarla dalla città.
Come se la mafia fosse soltanto un problema dei mafiosi.
Come se riguardasse esclusivamente chi vive nei quartieri popolari.
Come se il resto della città potesse continuare a considerarsi estraneo.
È una rappresentazione rassicurante.
Ed è anche profondamente sbagliata.
Per mesi istituzioni e parte dell’informazione hanno insistito sull’idea di una città sostanzialmente sotto controllo.
Nessuno mette in discussione il lavoro delle forze dell’ordine.
Il problema riguarda il significato politico e culturale attribuito a quei dati.
Perché mentre si parlava di città sotto controllo, continuavano a moltiplicarsi sparatorie, spedizioni punitive e regolamenti armati fino al grave episodio di San Giovanni Galermo, nel quale tre minorenni sono rimasti feriti durante uno scontro a fuoco.
Anche allora la risposta prevalente è stata quasi esclusivamente repressiva.
Zone rosse.
Operazioni ad alto impatto.
Controlli straordinari.
Daspo urbani.
Chiusure amministrative.
Sequestri.
Misure certamente necessarie.
Ma già presenti mentre la violenza continuava ad aumentare.
Riproporre gli stessi strumenti come unica risposta significa confondere la gestione dell’ordine pubblico con il contrasto alla mafia.
La mafia non si combatte soltanto fermando chi spara.
Si combatte seguendo il denaro.
Individuando i patrimoni.
Spezzando i rapporti tra criminalità, economia e politica.
Colpendo i professionisti che riciclano.
Gli imprenditori che investono capitali mafiosi.
I funzionari pubblici che chiudono un occhio.
I politici che cercano consenso attraverso sistemi di relazioni opache.
Quando tutto questo scompare dal racconto pubblico, la mafia cambia volto.
Non viene negata.
Viene ridotta.
Ridotta ai quartieri.
Alle pistole.
Ai clan.
Alle faide.
È una forma moderna di negazionismo.
Negli anni Settanta una parte della classe dirigente sosteneva che la mafia a Catania non esistesse.
Oggi nessuno osa più dirlo.
Si preferisce affermare che esista soltanto dentro i clan.
Che sia un problema di criminalità di strada.
Che riguardi solo San Cristoforo, Librino, San Giovanni Galermo o Picanello.
Ma una mafia privata delle sue relazioni economiche, imprenditoriali, professionali e politiche non è più mafia.
È soltanto criminalità.
Ed è proprio questo il rischio che oggi corre Catania.
Non quello di sottovalutare qualche sparatoria.
Ma quello, molto più grave, di tornare a raccontare una città nella quale la mafia esiste soltanto quando impugna una pistola e scompare nel momento stesso in cui indossa una giacca, firma un contratto, apre una società, partecipa a un appalto o incontra il potere.
È la stessa illusione che la città ha già conosciuto.
E che la sua storia dovrebbe averle insegnato a non ripetere.
iena che non dimentica.



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