Catania, Politica e “Catacombe”: quattro matrimoni (ed un funerale)


Pubblicato il 02 Aprile 2013

Aiuto! Aiuto! Aiuto! E’ tornata la Iena più velenosa del Reame,

ecco a voi Iena Ridens…

Leanza, Pistorio, D’Agostino, Forzese. Cosa hanno in comune, i quattro? Facile, verrebbe da rispondere: sono tutti e quattro ex lombardiani. E di che calibro. Che non c’è bisogno neppure di riepilogare i curricula vitae, tanto sono noti. Ma, dovendo contestualizzare, la risposta non è quella giusta. Pistorio, Forzese, Leanza, D’Agostino (cambiando l’ordine dei fattori, il risultato rimane uguale), se si vuole dare quella corretta, bisogna guardarli non per quello che furono, ma per quello che sono adesso: quattro grandi elettori di Enzo Bianco, il sindaco della Eterna Primavera catanese. Quella che fu, che ad intervalli regolari si ripropone con il fascino del passato, la nostalgia per i bei tempi andati, a solleticare la fantasia dei cittadini indignati (si suppone, anche se dentro le urne la storia è sempre stata un’altra) per la mala amministrazione del centrodestra e pronti, trepidanti, non vedenti l’ora di riconsegnarsi anima e corpo al suo cantore.

Ora, a parte che anche questa fremente volontà sarebbe tutta da dimostrare (do you remember 2005? Awanagana?), il fatto, come in tutte le vere analisi politiche, un po’ vetero un po’ marxiste, che si rispettino, è un altro. I quattro sopra, pur nelle varie trasformazioni che i tempi hanno imposto, democristiani sono. Di primo e lungo pelo. Chi più tattico, chi più furbo, chi più scaltro, chi più cinico. Ma di fondo, democristiani. Di quelli che vanno, non dove li porta il cuore, ma l’interesse (legittimo) politico. Dunque, negli ultimi quindici anni, nel centrodestra, avendo ricoperto, direttamente o per interposta persona, ruoli e responsabilità di primo piano nelle giunte Scapagnini (un abbraccio affettuoso ad Umberto, che sta combattendo la sua battaglia per la vita) e Stancanelli. Salvo essere colpiti, in tempo quasi utile, sulle via di Gela diventando la prima linea della rivoluzione di Saro “Schiumazza” (come ama definirlo il direttore Marco Benanti).

Per cui, continuando nel “ragionamendo” di demitiana memoria, che oggi si imbarchino sul ferry boat che appare vincente, quello di Bianco, è praticamente ovvio. Ma, e lo diciamo in un rigo, perché le cose importanti vanno dette con brevità, quale è la discontinuità, e dunque il rinnovamento, se gli attori sono sempre gli stessi? Quattro matrimoni si possono ben celebrare, per portare a casa il risultato. Ma il rischio è che, raggiungendolo, si celebri un funerale: quello del rinnovamento. Il che fa molto Italia. Molto Democrazia Cristiana. Che è viva, e lotta insieme a noi.


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