SEPARAZIONE DELLE CARRIERE


Pubblicato il 20 Marzo 2026

Non è un attacco alla democrazia. È restituirgliela.

Il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere, l’Alta Corte e la responsabilità dei magistrati non indebolisce la giustizia: la riporta ai cittadini.

COMMENTO · REFERENDUM COSTITUZIONALE

Sabato e domenica saremo chiamati alle urne per esprimerci su una riforma che tocca le fondamenta del rapporto tra cittadini e giustizia: il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, l’istituzione dell’Alta Corte e la responsabilità disciplinare dei magistrati. Eppure, attorno a questo voto, si è addensata una nebbia di narrazioni distorte che merita di essere dissipata, una per una.

La prima, e più grave, è quella che dipinge questa riforma come un attacco alla democrazia. È esattamente il contrario. Ristabilire l’equilibrio tra i poteri dello Stato — quello esecutivo, quello legislativo e quello giudiziario — non è una minaccia alla democrazia: ne è il presupposto. Una magistratura che risponde solo a sé stessa non è garanzia di libertà; è semmai un potere senza contrappesi.

I giudici non perderebbero l’indipendenza. Perderebbero l’immunità.

La seconda distorsione riguarda l’indipendenza della magistratura. Si afferma che i giudici, con questa riforma, perderebbero la propria autonomia. Ma occorre fare una distinzione fondamentale: indipendenza e immunità non sono sinonimi. La prima è un valore irrinunciabile in qualsiasi Stato di diritto; la seconda, quando diventa assoluta, è un privilegio che nessuna categoria professionale dovrebbe detenere. Essere giudicati da persone che non rispondono dei propri errori non tutela i cittadini: li espone.

IL VOTO

Si è detto anche che questo sia un voto sul governo. Non lo è. Lo hanno chiarito, più e più volte, i promotori della riforma: non si dimette nessuno, non cade l’esecutivo. Si tratta di un voto su una riforma costituzionale voluta da un’ampia parte del Parlamento, un percorso legittimo e trasparente nei suoi obiettivi. Confondere i piani è un esercizio di disorientamento, non di informazione.

C’è poi un’affermazione che non si può lasciar passare senza risposta: l’idea che le persone per bene votino no. È una di quelle frasi che, sotto l’apparenza della morale, nascondono una logica di privilegio. Chi vota sì non è meno perbene: semmai aspira a una giustizia più equa, dove il percorso di carriera di un magistrato non dipenda dall’appartenenza a una corrente — o, per chiamarla con il suo nome vero, a un sindacato. Perché è di questo che si tratta: i gruppi interni alla magistratura funzionano come sindacati, e nessun sindacato professionale dovrebbe avere un peso così determinante sull’amministrazione della giustizia di un intero paese.

LA STORIA (non) INSEGNA

Chi ha qualcosa da guadagnare dal mantenimento dello status quo vota no. È una scelta legittima, ma è bene nominarla per quello che è. La storia, d’altronde, offre un monito di lungo periodo: già nell’antica Roma, ci fu un momento in cui i magistrati esautorarono il re – Tarquinio il Superbo – , salvo poi tornare ai loro scranni come se nulla fosse accaduto. Il potere della magistratura ha radici profonde, e spesso ha superato i limiti che la legge stessa le assegnava.

Domenica si può scegliere di mantenere le cose come stanno, con tutti i benefici che questo comporta per chi ne approfitta. Oppure si può scegliere di votare per una giustizia dove chi sbaglia paga, dove l’avanzamento di carriera dipende dal merito e non dalla tessera di corrente, dove il cittadino non è in balia di un potere che non risponde a nessuno.

Non è un voto contro i magistrati. È un voto per la giustizia.

Iena che osserva


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