Grazie Paolo


Pubblicato il 25 Maggio 2026

Si è celebrata la Giornata della Legalità, trentaquattresimo anniversario della strage di Capaci. Una ricorrenza che porta con sé il peso di una ferita mai del tutto rimarginata nella coscienza civile del Paese.
«È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola» diceva Paolo Borsellino 
Paolo Borsellino il 19 luglio fu fatto saltare in aria  e mentre ci si prepara a ricordarlo, il pensiero corre inevitabilmente non solo a quel maledetto pomeriggio di Via D’Amelio, ma ai giorni che lo precedettero. Ai giorni in cui Paolo Borsellino era ancora vivo — e sapeva di non esserlo davvero.
Bisogna fermarsi su questo. Bisogna avere il coraggio di immaginarlo: un uomo che assiste all’assassinio del suo migliore amico, Giovanni Falcone, e che da quel momento sa. Sa con la certezza che solo chi conosce la mafia dall’interno può avere, che il prossimo è lui. Un morto che cammina, come si dice in certi ambienti con brutale lucidità.
Eppure Borsellino continuò. Andò avanti. Si alzò ogni mattina, salutò i figli, abbracciò la moglie Agnese, si presentò al lavoro. Portò avanti le indagini. Parlò, scrisse, testimoniò. Lo fece sapendo.
«È normale che esista la paura, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti» diceva Paolo 
Quella consapevolezza silenziosa, quella condanna portata senza esibirla, è forse la cosa più straziante di tutta la sua storia. Non la morte — la morte fu un istante. Fu l’attesa a essere una tortura. Furono quei cinquantasette giorni tra Capaci e Via D’Amelio a rappresentare un calvario che pochi avrebbero saputo sopportare con quella dignità.
Il 19 luglio 1992, anche per lui suonò il tritolo — quel richiamo finale che non lascia scampo.
Ricordare Borsellino significa anche questo: non solo celebrare l’eroe, ma restituire umanità all’uomo. A quell’uomo che ebbe paura, che certamente soffrì, e che nonostante tutto non si fermò. Perché aveva scelto da che parte stare, e non era disposto a tradire quella scelta nemmeno davanti alla morte annunciata.
Questa è la vera misura del suo coraggio.
«Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo» fu il messaggio per noi 20enni alla data. 
Grazie Paolo.

Giuseppe Guagliardi.


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