Il valore storico del riformismo socialista


Pubblicato il 11 Luglio 2020

Nel 1962 in pieno boom economico nacque una nuova alleanza politica tra socialisti, laici e democristiani che diventò per il   Pci una colazione da abbattere a tutti i costi  e, così,  i socialisti vengono accusati di essere “traditori della classe operaia” e di avere ceduto alle lusinghe delle forze conservatrici e reazionarie.

Ma sarà proprio il centro sinistra a realizzare su proposta del Psi la nazionalizzazione dell’energia elettrica, che sarà la più incisiva e importante tra le sue riforme economiche, nonostante si mise in atto una durissima campagna di aggressione che fu portata avanti dalla grande stampa nazionale, dalla Confindustria, dal mondo economico e finanziario. L’idea di nazionalizzare non fu quella di distruggere il libero mercato che non venne mai visto come un “meticcio ideologico” ma, invece, di eliminare le discriminazioni tariffarie, che spesso non consentirono nel Mezzogiorno, il necessario utilizzo di  un bene, l’energia elettrica, che rappresentava la principale condizione per il decollo dello sviluppo industriale.

Cosi si pensò, appunto, di porre fine all’erogazione dell’energia   secondo mere logiche di profitto che costituivano un  vantaggio solo per chi eroga il bene  e di guardare agli interessi generali del Paese e delle imprese, per consentire una migliore programmazione e crescita economica. Alla fine il danno economico lo hanno patito soltanto le società ex elettriche, che, nonostante l’enorme liquidità che ebbero a disposizione con gli indennizzi ,non seppero investire con saggezza  e ponderazione in comparti che producessero ricchezza, reddito e  utili. Il problema resta valido ancora oggi resta sempre quello di condizioni di oligopolio in cui si agisce  l’imprenditoria privata, che raramente riesce a misurarsi sul mercato anche se il liberismo è la filosofia che dovrebbe permeare e guidare il privato. Gli ex monopoli elettrici infatti ottennero dallo Stato una cifra colossale per l’epoca e si aggirò  sui 1. 500 miliardi.

Circa la metà di questa ingente patrimonio finanziario fu investito in settori produttivi e, comunque,  anche questa metà non produsse buoni risultati per il privato. Naturalmente oggi si è capito che non si trattava di veri capitalisti ma forse speculatori cinici o capitalisti arretrati che non seppero mettere a frutto i capitali a disposizione. Occorre fare tesoro al tempo nostro di queste esperienze passate per comprendere il clima di esaltante apologia del privato e la demonizzazione del pubblico a prescindere dai risultati che si conseguono.

Mentre appare straordinario l’impegno e la capacità dimostrata   dal centro sinistra organico, di entrare in conflitto  con il potere economico ,pur di realizzare un cambiamento epocale. I comunisti dimostrarono, invece, il fallimento della loro politica economica che fu sorretta da dogmi ideologici ipocriti, vuoti e incoerenti sul “collettivismo dei mezzi di produzione”, mentre si realizzò una statalizzazione dell’energia che rimase l’unica scelta politica di rilievo sul versante dell’impresa pubblica. Ricordiamo che le aziende pubbliche dello Stato almeno in una prima fase hanno comunque garantito l’occupazione e hanno risanato i bilanci.

A tale proposito emblematica fu il ruolo che rivestì prima l’Iri e ,poi,   l’Eni  che non sono stati soltanto fondamentali per il decollo della vita economica ma che hanno dotato  l’Italia di una industria petrolifera internazionale indispensabile al suo sviluppo. Il potere politico deve naturalmente sempre  valutare l’opportunità o meno di vendere aziende e beni pubblici ai privati.

Mi viene in mente che nel 1985, Bettino Craxi, nella sua qualità di presidente del Consiglio, bloccò la vendita del gruppo alimentare Sme a De Benedetti, già pattuita per 400 miliardi. Chi ha orecchie per intendere intenda.

Rosario Sorace.


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