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Imprenditori, “prenditori” o altro? E’ cambiato qualcosa dagli anni Ottanta a Catania? Quale modello d’impresa esiste (ma esiste?) nella città più tragicomica d’Italia?
Pubblicato il 18 Luglio 2020
“…L’assenza di cultura industriale nella maggiore imprenditoria della città spiega peraltro l’indifferenza del potere economico catanese, la sua concezione della politica come ‘area dell’affare protetto’; nessuna pressione sulla classe politica per interventi tempestivi nel settore dei servizi tradizionali, dalla scuola (strutture e diritto allo studio) alla sanità, dalla casa ai trasporti. Il ‘pubblico’ è solo denaro, sotto forma di incentivi o di credito: domina ancora, presso imprenditori di avanzata cultura tecnica, una concezione assistenziale del servizio pubblico per ciò escluso dai fattori dello sviluppo e gestito da una burocrazia segmentata in corporazioni e non motivata né socialmente né professionalmente...” tratto da “Catania” di Giuseppe Giarrizzo, Laterza 1986.
Così scriveva, fra l’altro, il prof. Giarrizzo a metà degli anni Ottanta. E’ cambiato qualcosa da allora sotto l’Etna?
Le cronache di oggi raccontano dell’ “epopea” di Nino Pulvirenti, per anni e anni omaggiato da tre quarti della cità, soprattutto da quella “perbene”.
Al di là delle vicende personali che hanno ciascuna una sua specificità o almeno sembra così, che modello di imprenditoria resta o comunque è ancora vivo a Catania?


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