Il Ministro ripercorre la scelta della candidatura e il significato del riconoscimento: non solo ricette, ma convivialità, biodiversità e comunità. Il riconoscimento UNESCO alla cucina italiana nasce da una scelta di impostazione prima ancora che da un dossier. Lo spiega il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida: il Governo ha deciso […]
La cucina italiana è cultura: Lollobrigida racconta la strada verso l’UNESCO
Pubblicato il 24 Ottobre 2026
Il Ministro ripercorre la scelta della candidatura e il significato del riconoscimento: non solo ricette, ma convivialità, biodiversità e comunità.
Il riconoscimento UNESCO alla cucina italiana nasce da una scelta di impostazione prima ancora che da un dossier. Lo spiega il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida: il Governo ha deciso di presentare la candidatura nel 2023, insieme al Ministero della Cultura, partendo da un presupposto preciso. «Abbiamo scelto di candidare la cucina italiana perché la riteniamo cultura».
Dalla gastronomia alla cultura
Il passaggio, nel racconto del Ministro, è anche un cambio di prospettiva rispetto al passato. La cucina non viene più considerata solo come alimentazione o gastronomia, ma come l’insieme di comportamenti, tradizioni, conoscenze e relazioni sociali che si sviluppano intorno al cibo. Per questo Lollobrigida attribuisce il risultato innanzitutto al sistema che lo rende possibile ogni giorno: agricoltori, allevatori, trasformatori, ristoratori, personale di sala e le comunità che custodiscono e tramandano saperi e abitudini.
La convivialità prima dei piatti
Secondo il Ministro sarebbe riduttivo attribuire il successo alla qualità o alla fama delle ricette. «La cucina italiana non ottiene questo risultato per i piatti, ma per la convivialità», afferma. La tavola è descritta come un luogo sociale in cui ci si incontra, si costruiscono rapporti familiari, si discute di lavoro, si fanno affari e perfino politica.
Lollobrigida richiama un’abitudine riconoscibile da chiunque: gli italiani, mentre mangiano, parlano già di ciò che mangeranno. A Natale si ricorda il Natale passato, si pensa alla Pasqua, ci si confronta su come si prepara la stessa ricetta. Da questi confronti emergono le mille identità della cucina italiana: Catania e Messina, Palermo e Catania, o territori distanti pochi chilometri possono custodire versioni diverse dello stesso piatto. Il risultato non è una cucina uniforme, ma una somma di cucine territoriali che compongono un’unica identità nazionale.
Biodiversità contro standardizzazione
Un secondo pilastro indicato dal Ministro è la varietà delle produzioni agricole. «Un pomodoro non è uguale a un altro pomodoro. Un olio extravergine non è uguale a un altro. Un riso non è uguale a un altro». Dietro ogni prodotto ci sono territori, varietà, tecniche di coltivazione e trasformazione differenti.
Per Lollobrigida questa diversità è lo strumento con cui l’Italia può opporsi alla standardizzazione alimentare, cioè a un modello in cui gli stessi prodotti vengono fatti e consumati allo stesso modo ovunque. La cucina italiana, in questa lettura, fa l’opposto: preserva le differenze, lega il prodotto al luogo d’origine e dà valore economico e culturale alle comunità che lo producono. Il Ministro vede un riscontro in questa impostazione nella motivazione UNESCO, che cita tra gli elementi distintivi il rispetto degli ingredienti, la biodiversità, la trasmissione intergenerazionale dei saperi e la condivisione dei momenti a tavola.
Il riuso e la cucina delle nonne
C’è poi un principio che oggi chiameremmo sostenibilità, ma che appartiene da sempre alla tradizione: non sprecare. Lollobrigida richiama la cucina delle nonne, capace di trasformare ingredienti semplici e, talvolta, gli avanzi in piatti nuovi. All’epoca nessuno parlava di lotta allo spreco alimentare, osserva, anche perché il cibo era molto meno abbondante di oggi. Quella necessità ha però prodotto una cultura del riuso estremamente contemporanea: la capacità «di mettere insieme quello che hai e tirare fuori piatti eccezionali», che trasforma una storia legata all’agricoltura povera in patrimonio culturale. Anche su questo punto la decisione UNESCO richiama le ricette anti-spreco e la trasmissione tra generazioni di sapori, capacità e memorie.
Una storia di incontri
Nella ricostruzione del Ministro, l’unicità della cucina italiana discende anche dalla posizione geografica. L’Italia, al centro del Mediterraneo, ha incontrato nei millenni popoli, culture, dominazioni e commerci: dall’Impero Romano alle contaminazioni successive, dal Rinascimento ai grandi viaggiatori ed esploratori. La forza italiana è stata assorbire queste influenze e farne un’identità propria. È lo stesso processo che Lollobrigida collega al significato moderno del Made in Italy, che nel mondo non indica più solo un prodotto fabbricato in Italia, ma qualità, bellezza, tradizione e capacità manifatturiera.
Dal patrimonio culturale allo sviluppo dei territori
Il riconoscimento, sottolinea il Ministro, non è solo un traguardo culturale: può diventare uno strumento di sviluppo economico e turistico. I prodotti italiani sono, nelle sue parole, «ambasciate naturali» dei territori: assaggiare una specialità all’estero può far nascere la curiosità di visitare il luogo da cui proviene. Dalla burrata di Andria alle olive ascolane, dalla pasta alle centinaia di produzioni tutelate da indicazione geografica, ogni prodotto può raccontare un pezzo d’Italia e generare un motivo di viaggio.
In questa prospettiva il turismo gastronomico aiuta a distribuire i flussi sul territorio, portando visitatori non solo nelle grandi città d’arte o nelle mete balneari, ma anche nei piccoli centri e nelle aree rurali dove le produzioni nascono.
Il significato del riconoscimento
La decisione UNESCO del 2025 ha iscritto “Italian cooking, between sustainability and biocultural diversity” nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Per Lollobrigida non si tratta della consacrazione di una singola ricetta, ma del riconoscimento internazionale di un modo italiano di produrre, cucinare, condividere il cibo e costruire comunità intorno alla tavola: un’identità nazionale che, come dice il Ministro, passa anche da lì.
Iena che osserva in trasferta romana…




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