di Guido Libero In politica esistono conversioni improvvise che hanno quasi il sapore del miracolo. Una di queste sembra andare in scena in questi giorni a Catania, dove trasversalmente le forze politiche hanno scoperto che la privatizzazione della SAC, la società che gestisce l’aeroporto di Catania, forse non è un’operazione da affrontare a cuor leggero […]
La politica catanese e la strana scoperta della trasparenza
Pubblicato il 06 Giugno 2026
di Guido Libero

In politica esistono conversioni improvvise che hanno quasi il sapore del miracolo. Una di queste sembra andare in scena in questi giorni a Catania, dove trasversalmente le forze politiche hanno scoperto che la privatizzazione della SAC, la società che gestisce l’aeroporto di Catania, forse non è un’operazione da affrontare a cuor leggero e che, soprattutto, sarebbe opportuno pretendere trasparenza.
Meglio tardi che mai, verrebbe da dire. Peccato che a chiedere oggi trasparenza siano proprio coloro che, direttamente o indirettamente, quella vicenda l’hanno governata e la governano.
Addirittura, su richiesta del capogruppo di Forza Italia, è stato convocato un Consiglio comunale straordinario dedicato alla privatizzazione dello scalo etneo. Un’iniziativa certamente legittima, se non fosse che il richiedente è un esponente politico vicino all’onorevole Marco Falcone, leader azzurro nel catanese ed ex assessore regionale alle Infrastrutture. Vale a dire una delle figure che, per il ruolo ricoperto, molto sa o molto dovrebbe sapere delle dinamiche che hanno accompagnato e accompagnano il percorso della SAC.
Non basta. L’amministratore delegato della società, Nico Torrisi, è tradizionalmente considerato vicino al deputato regionale Nicola D’Agostino, anch’egli esponente di Forza Italia. E il presidente della Regione Siciliana, che attraverso gli assetti societari esercita un ruolo determinante nella governance della SAC, appartiene allo stesso partito.
La domanda, allora, nasce spontanea: come può Forza Italia, che di fatto con i propri uomini rappresenta il principale punto di riferimento politico della governance della SAC, chiedere oggi trasparenza su un’operazione che il proprio stesso sistema politico ha sostenuto e accompagnato?
Il quadro diventa ancora più curioso se a invocare prudenza e riflessione è anche il Movimento per l’Autonomia.
Perché parlare del MpA significa inevitabilmente parlare di Raffaele Lombardo: ex presidente della Regione Siciliana, ex presidente della Provincia regionale di Catania e, soprattutto, protagonista della vita politica isolana degli ultimi decenni. Un leader che, attraverso uomini di fiducia, ha sempre avuto un ruolo nella gestione della SAC e che certamente non può essere considerato estraneo alle scelte strategiche che hanno interessato la società aeroportuale.
Anche in questo caso la domanda è inevitabile: se oggi emergono dubbi, perché non sono stati sollevati prima? Se la trasparenza era un valore imprescindibile, perché non è stata posta al centro del dibattito quando le decisioni venivano assunte?
Ma il paradosso raggiunge il suo apice quando a unirsi indirettamente al coro della trasparenza , con un intervento nell’aula consiliare di palazzo degli Elefanti che ha evidenziato tutti i limiti amministrativi e politici dell’uomo, è il sindaco di Catania, Enrico Trantino.
Sì, proprio lui. Il sindaco che, nella doppia veste di primo cittadino e di sindaco della Città Metropolitana, partecipa all’assemblea dei soci della SAC. Lo stesso organismo che ha indicato gli amministratori chiamati a portare avanti il processo di privatizzazione e che ha approvato il percorso oggi oggetto di tante perplessità.
È difficile sottrarsi all’impressione che la politica catanese stia mettendo in scena un singolare esercizio di autoassoluzione preventiva: le stesse forze che, attraverso i propri rappresentanti istituzionali, hanno contribuito a definire la governance della SAC e ad avallare il processo di privatizzazione, oggi assumono il ruolo di controllori, chiedono trasparenza e manifestano dubbi.
Così facendo, però, finiscono per rivolgere a se stesse le critiche che avanzano agli altri.
Ma forse c’è un’altra chiave di lettura. Forse ciò che sta accadendo ha poco a che vedere con la trasparenza e molto con gli equilibri di potere. La sensazione è che attorno alla SAC si stia consumando una partita tutta politica, nella quale ciascuno tenta di prendere le distanze dalle scelte compiute per riposizionarsi in vista delle prossime competizioni elettorali.
In questa prospettiva, la richiesta di prudenza diventa uno strumento di differenziazione politica, il tentativo di costruire nuove alleanze, di ridefinire leadership e rapporti di forza all’interno del centrodestra e dell’intero sistema di governo locale e regionale. La privatizzazione dell’aeroporto rischia così di trasformarsi non in un confronto sul futuro di una infrastruttura strategica per la Sicilia orientale, ma nel terreno sul quale consumare regolamenti di conti e preparare le prossime campagne elettorali.
Se davvero mancava trasparenza, allora qualcuno dovrebbe spiegare perché chi aveva il potere di garantirla non l’ha esercitato. Se il percorso presenta oggi elementi di criticità, sarebbe opportuno chiarire perché tali criticità non siano state evidenziate nelle sedi istituzionali competenti.
La privatizzazione della principale infrastruttura economica della Sicilia orientale merita certamente un confronto serio, pubblico e trasparente. Ma la trasparenza non può diventare uno slogan da utilizzare quando il processo è ormai avviato e, soprattutto, non può essere invocata da chi quel processo lo ha costruito, accompagnato e votato.
Altrimenti il rischio è che il dibattito sulla SAC si trasformi nell’ennesima rappresentazione della politica italiana: quella in cui maggioranza e opposizione finiscono per coincidere, i protagonisti di ieri si presentano come i critici di oggi e la trasparenza diventa non un principio da difendere, ma un argomento da utilizzare quando conviene. E quando questo accade, il sospetto che dietro le improvvise conversioni vi sia soprattutto la necessità di riposizionarsi nella geografia del potere e delle future candidature appare tutt’altro che infondato.


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