Paolo Borsellino, il dovere di non abbassare la guardia


Pubblicato il 19 Luglio 2026

di Puccio La Rosa
Ci sono ricorrenze che non appartengono soltanto alla memoria. Appartengono al presente e interrogano il futuro. Il 19 luglio è una di queste.Ricordare Paolo Borsellino, gli agenti della sua scorta – Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina – e tutti coloro che hanno sacrificato la propria vita nella lotta alla mafia significa riaffermare un principio semplice ma essenziale: la mafia non è un fenomeno del passato e non è stata sconfitta.*Sempre contro ogni mafia*. Quella che uccide con il tritolo e le armi, ma anche quella dei colletti bianchi, delle connivenze, delle complicità silenziose, degli interessi economici e politici che si alimentano nell’ombra. Una mafia meno appariscente, ma spesso ancora più insidiosa, perché capace di confondersi con la normalità e di infiltrarsi nel tessuto sano della società senza fare rumore.Paolo Borsellino, aveva chiaro che la mafia costituiva “un cancro sociale, economico e culturale”.

A oltre trent’anni dalla strage di via D’Amelio, quella visione conserva tutta la sua drammatica attualità. Oggi quel cancro ha cambiato pelle. Meno violenza plateale, più capacità di penetrare nell’economia legale, negli appalti, nella finanza, nelle professioni, nelle amministrazioni e nei circuiti del consenso. È una mafia che preferisce il silenzio al clamore, il favore allo sparo, il ricatto alla minaccia esplicita.Per questo abbassare la guardia sarebbe un errore gravissimo.La mafia prospera quando trova classi dirigenti impreparate, incapaci di leggere la complessità dei fenomeni o troppo deboli per contrastarli. Cresce quando la cultura della competenza viene sostituita da quella dell’apparenza, quando il consenso immediato prevale sulla costruzione di una coscienza civile, quando il dibattito pubblico si riduce alla ricerca dello slogan più efficace o del video più condiviso.I social network rappresentano uno straordinario strumento di comunicazione, ma possono anche favorire una riflessione sempre più superficiale, dove l’emotività prevale sull’approfondimento e la velocità sostituisce il pensiero critico. In questo contesto diventa più facile distogliere l’attenzione dalle vere cause dei problemi e concentrare il dibattito esclusivamente sugli effetti.La politica, troppo spesso, cade in questa trappola.

Si alimentano paure legate alla sicurezza urbana, all’immigrazione clandestina, alla microcriminalità, trasformandole nel centro del confronto pubblico. Sono questioni reali, che meritano risposte serie. Ma fermarsi a questi aspetti significa guardare soltanto la superficie.Dietro molte dinamiche criminali continuano, infatti, ad agire organizzazioni mafiose che investono, riciclano denaro, controllano territori, influenzano economie e condizionano scelte pubbliche. Ignorare questa dimensione significa affrontare i sintomi senza curare la malattia.La risposta non può essere soltanto giudiziaria. Deve essere culturale, sociale, economica e perfino urbanistica.

Nelle grandi città è necessario tornare a investire sul recupero delle periferie e dei grandi agglomerati popolari, troppo spesso lasciati al degrado materiale e sociale. Dove mancano scuola, lavoro, servizi, cultura, spazi di aggregazione, cura del territorio e opportunità, la criminalità organizzata trova terreno fertile per sostituirsi allo Stato, offrendo ciò che le istituzioni non riescono a garantire.La vera sicurezza nasce dall’inclusione, dalla qualità dell’istruzione, dalla rigenerazione urbana, dal sostegno alle famiglie, dalla presenza dello Stato e dalla costruzione di comunità forti.

È questa la più autentica politica antimafia.Ricordare Paolo Borsellino significa allora assumersi una responsabilità collettiva. Non basta commemorare il suo sacrificio una volta l’anno. Occorre raccoglierne ogni giorno l’eredità morale, fatta di coraggio, rigore, senso dello Stato e ricerca della verità.
La mafia continua a cambiare volto. Anche l’antimafia deve saper evolvere, senza perdere la propria anima. Perché il modo migliore per onorare Paolo Borsellino e tutte le vittime della mafia non è guardare con nostalgia al passato, ma avere la lucidità di riconoscere i nuovi volti del potere mafioso e la determinazione di contrastarli con gli strumenti della legalità, della cultura e della buona politica.
Solo così il loro sacrificio continuerà a vivere. Solo così potremo dire di essere, davvero, sempre contro ogni mafia.


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