MA LA MAFIA A CATANIA SPARA E SPACCIA SOLTANTO?


Pubblicato il 10 Settembre 2025

Leggere le cronache dei giornali locali nei giorni in cui a Catania si è tornati a sparare quotidianamente ci ha fornito l’opportunità di abbeverarci ancora una volta alla narrazione che il giornalismo mainstream fa del fenomeno mafioso. Una tradizione tutta locale forgiata da anni di esperienza: un racconto spesso dettagliato, certamente informato tramite le imbeccate acquisite dalle inchieste della magistratura, con un’accurata mappatura dei clan che controllano la città ed avente al centro il traffico degli stupefacenti descritto quale primaria fonte di reddito di Cosa Nostra catanese. Il particolareggiato florilegio dei cognomi che incarnano il gotha della vecchia malavita catanese insieme ai nuovi virgulti che tentano di acquisire spazio e visibilità evidenziato con palmare chiarezza. Tutto corretto. Tutto formalmente inappuntabile.

Ma quanto utile ? Quanto di denuncia? Suddette descrizioni, così crediamo e non pensiamo di sbagliarci, non si limitano a non disturbare troppo l’attività malavitosa ma ingenerano una forma di autocompiacimento nei boss cittadini piccoli e grandi il cui nome campeggia sul giornale tra le pagine della politica interna e quelle dell’economia, con la foto dell’ultimo blitz che precede quella dei vertici della magistratura riuniti in un simposio in centro città. Ma il racconto solo militare delle disfide criminali cittadine, come fosse tutto uno spararsi l’un contro l’altro nelle tiepidi notti catanesi, è ovviamente omissivo di almeno un paio di aspetti essenziali senza la descrizione dei quali resta mero approccio cronachistico che poco o nulla aggiunge alla reale consapevolezza e conoscenza del fenomeno. 
Il primo è il silenzio totale sulle condizioni di vivibilità delle periferie. In contesti come i grandi quartieri popolari, quelli moderni come Librino o Trappeto Nord e quelli storici – San Cristoforo uno per tutti – manca un’ipotesi di emancipazione che sia lontana da cosa nostra.

Sino a quando un giorno di spaccio renderà quanto mezzo mese di consegne di pizze per un asporto, sino a quando le attività commerciali di moltissimi rioni saranno riconducibili a cognomi noti e messe su con capitali chiaramente illeciti, sino a quando mancheranno le minime occasioni di effettiva crescita sociale della parte di comunità meno culturalmente provvista e meno competitiva nel mondo del lavoro, potremmo perseguire a leggere un’infinità di storie legate allo smercio di stupefacenti, un’interminabile sequela di vicende più o meno suggestive senza riuscire effettivamente ad entrare nelle pieghe più reali di un fenomeno che rimane per troppi narratori solo questione di polizia, di magistratura, di arresti, di foto sul giornale: una parcellizzazione di fatterelli che ci descrive il fenomeno mafioso da una ristrettissima angolatura . E che serve a poco o nulla più di compiacere chi scrive credendosi un coraggioso fustigatore della mafiosità locale
Poi c’è un secondo aspetto che la narrativa giornalistica tradizionale silenzia integralmente : il ruolo della cosiddetta borghesia mafiosa, quella pervasiva congerie di professionisti e/o imprenditori che ha pienamente contezza del fenomeno, che conosce benissimo come i clan locali amministrino una quantità di quattrini smisurata e che, con l’arte levantina tutta catanese, intende partecipare, guadagnarci qualcosa, mettersi al servizio dei capitali sporchi offrire competenze, prestando la propria opera professionale od aprendo la propria impresa a soci riconducibili ai clan cittadini. 

A Catania non si corre il rischio ma c’è la ragionevole certezza che allo stesso tavolo di un ristorante de luxe si trovino a brindare un rispettato avvocato ed un killer di mafia, un funzionario di polizia ed un commerciante prestanome, un imprenditore edile ed i suoi ricchi finanziatori. È molto probabile abbordare in discoteca la nipotina di un boss che tutta in ghingheri ti racconta che ha appena aperto un centro estetico di 200 metri quadri vicino corso Italia  con 10 dipendenti pur non avendo ancora compiuto 25 anni. Ed è altrettanto ipotizzabile che al convegno di sorta in cui si discetta di mafia e sangue si stringano la mano docenti universitari e politici che detengono l’intero bacino elettorale in periferia con voti raccattati dai patronati in cambio di buoni benzina o pacchi di pasta.

 Ed è in un contesto in cui tutte le vacche sono nere che serve la mostrificazione del mafioso che spara uccidendo nei laidi bassifondi di Librino dopo avere qualche minuto prima ceduto qualche grammo di coca ad una sciantosa che l’avrebbe consumata di lì a poco nel bagno di un elegante bistrot del centro barocco per festeggiare l’ultimo esame a Giurisprudenza. 
Ci sono mondi che parlano a Catania. Che non sono divisi tra loro – come a certuni farebbe comodo raccontare – che fanno parte troppo spesso del medesimo milieu. Ed ai maggiorenti che con cosa nostra locale sono in affari serve prendere ufficialmente le distanze dalla gentaglia maleducata che imbraccia una rivoltella la notte sparando all’impazzata nei quartieri seppelliti d’immondizia.
Lontano dalle belle case borghesi in collina. Che tanto lontane in realtà dalla mafia e dai suoi  imbelli foraggiatori non sono. 
Saluti antimafia (sul serio però).

Luca Allegra.


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