Migranti: il cattivo e l’accessoria pietà


Pubblicato il 21 Gennaio 2017

di Amalia Zampaglione

C’è una consuetudine bieca una classificazione essenziale per i più che induce ad individuare il buono e il cattivo in qualunque controversia omettendo che ipotesi probanti possono essere il sussistere o coesistere del buono in ambo le parti entrate in contrasto o che a nulla sia sospinto qualcuno se non per turpe indole, in altre parole in qualunque contrasto potrebbero trovarsi dei buoni, o buoni e cattivi o solo cattivi.

Lasciatemi pur che vi confidi che quanto da me a principio definita “bieca consuetudine”, offusca talvolta gli occhi e al contempo la mente e nell’ intento (marginale direi ora) di trovare il cattivo, suggeriamo una lettura e la stesura di un rendiconto che viene nutrito da pregiudizi e l’analisi diviene la sommatoria di superficiali valutazioni se le immagini viste in un TG ingannano le menti che vorrebbero “fuorviare” nel giudizio, ma una ripresa che affonda l’obiettivo solo sul migrante adirato, al gruppo di migranti che si dimena dietro la recinzione che delimita lo spazio di un centro di accoglienza inducono l’ingenuo e non attento osservatore a focalizzare solo la rabbia dei migranti e la violenza che ne potrebbe derivare e non altro.

 Poco importa poi capire le ragioni della rivolta di uomini, donne, migranti, profughi ospiti di quel centro; poco importa se in quel centro è morta una giovane donna, Sandrine Bakayoko; poco importa se in un centro di accoglienza che avrebbe dovuto ospitare solo 15 migranti, stavano invece stipati come bestie in 1400 ammucchiati. Non è buonismo d’ accatto che troverete in queste righe per recitare anch’io la litania di parole in soccorso dei migranti. Aliena io per indole e per vissuto ad ingrassare glossario di parole per invocare pietà, questa premurosa partecipazione all’infelicità altrui.

Non troverete nulla di ciò e non importa se quanto sto per scrivere non sarà avulso da critiche: “Smettiamola di guardare alle cose da semplici spettatori, facili giudici prodighi di sentenze e formulatori sprovveduti di congetture”. Non è la pietà a dover muovere le nostre mani. Non diventiamo popolo avvezzo a pratiche ed esercizi di pietà. Quanto accaduto a Cona è l’ennesimo grido di uomini e donne che sono sopravvissuti a tanto male e mare. La pietà, da premurosa partecipazione all’infelicità altrui, deve divenire partecipazione attiva affinché nessun diritto venga leso. Non crucciamoci solo, alla visione di immagine di crudo dolore e sofferenza altrui, bensì domandiamoci che cosa possiamo fare, perché la pietà all’uopo dello spettatore del TG si consuma come flebile fiammella in un lasso di tempo infinitesimale.


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