Supposta n.3: tra miti e leggende


Pubblicato il 08 Ottobre 2015

di Mc Dentato

Rieccomi. Me ne sarei rimasto tranquillamente in silenzio dove sono a scolarmi un paio di birre al giorno e a godere delle brume quotidiane che da queste parti abbondano. Ma m’arriva tra le mani l’ennesima facezia dell’Amministrazione della mia povera città. Con una circolare, viene distribuito un modulo che tutti i dipendenti comunali dovranno sottoscrivere, pena la forca, la ghigliottina o la camera a gas. A una prima lettura c’è da farsi una scorpacciata di risate. La pomposità e perentorietà del documento viene subito compromessa del fatto che, spererei  ad arte e ad opera di un buontempone, lo si vuole far passare addirittura per  un mito, anzi per una “leggenda”. Ovviamente l’accezione è errata, dato il contesto. Cretini !! “Legenda” cioè le cose da leggere, il “chi significa”, dal latino res legenda e non leggenda con due g. Oppure, per sottolineare l’importanza dello scritto, si sono volute mettere due g, e io dico allora, perché non tre o quattro? Comunque, un che di leggendario indubbiamente c’è…. tutta una sequenza di mitiche stronzate concepite in nome della trasparenza e dell’anticorruzione.

Il messaggio che passa è quello che avvalora il senso comune: chi è un pubblico impiegato, meglio se comunale, è un corrotto, per ipotesi, per definizione. Quindi va controllato e controllati tutti i suoi parenti e affini fino alla settima generazione: vogliono sapere persino con chi parla, con chi mangia, con chi beve, con chi caca, con chi tromba e quant’altro: in altre parole tutto, caro il mio monsieur travet.

A proposito, una storiella. Il dipendente istruttore di gruppo B, Impallomeni Ignazio, ama la moglie, ma detesta quella rompicoglioni della suocera, con cui da anni manco parla. Cazzi amari. Ora ci deve parlare e si deve fare raccontare con chi se la fa, se intasca quattrini pubblici in combutta con qualcuno, se s’è illecitamente arricchita e con chi etc. Il povero  Impallomeni è tra l’incudine e il martello. Si rivolge alla moglie, una che si lamenta perché non riesce a far quadrare i conti, quelli della spesa, che non può comprare le scarpe a suo figlio e pagare le tasse universitarie per la figlia, tanto che aveva pensato di ricorrere alla madre e chiedere un aiutino per tirare avanti. Questa novità la fa incazzare: “Me matri pinziunata è,  tu si n’pizzenti , e chissi su ‘npugno di latri”. Impallomeni  riflette e ricorda un motto paterno: “u lupu di mala cuscienza, com’opera penza”, cioè chi è ladro pensa che tutti siano ladri come lui, chi è un corrotto pensa che tutti siano corrotti come lui e così via discorrendo…e la metafora gli  pare più che chiara ed appropriata. Impallomeni, comunque, rosso come un pomodoro, pensa di consigliarsi con il suo diretto superiore, tale Gesualdo Masticò, il cui cognome è tutto un programma che ricorda passati fasti mangerecci.

Quest’ultimo, preso in contropiede, comincia a farfugliare “nun sacciu nenti, ma chi mi cunti, appoi ni parramu”, ma s’impegna a farsi meglio spiegare l’arcano dai Vertici Comunali, si insomma, da quelli della leggenda…ma non li trova. Viene a sapere che sono stati miticamente puniti da un’Accademica della Crusca, (quella delle galline s’intende), a quindici giorni di sospensione dalla funzione e dallo stipendio, con l’obbligo d’imparare a memoria tutto lo Zingarelli. Informato di ciò, Impallomeni, con atto d’orgoglio, fantozzianamente e pubblicamente esplode: “Ma sta storia è ‘na cacata  pazzesca”, assurgendo così agli onori della cronaca comunale. In preda al raptus vuole sapere chi controlla i controllori e se questo cazzo di modulo sarà pure riempito dai politici e, perché no, anche dal primo cittadino, in forza della trasparenza.

Mah? Voi che dite ? Avrà mai una risposta?

Alessandro Manzoni, mi pare nella Storia di Una colonna Infame, esortava a non confondere mai il senso comune con il buon senso: il senso comune è pericolosissimo, il buon senso pare che dalle vostre parti non esista proprio più.

Alla prossima…

 


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