Viaggio nel nulla catanese, seconda puntata: la (in)sicurezza. Gianni Coppola parla della città terra di nessuno, dove…


Il punto è capire come e quando una città può definirsi “ realizzata”. A mio parere, i parametri sono: grado di soddisfazione dei cittadini, decoro urbano, valorizzazione dei luoghi, sicurezza. Oggi alle città si aprono due direzioni: la distopia e l’utopia. La prima attiene alla realtà, la seconda al desiderio. La città sognata agogna la sicurezza, quella reale la deve garantire. Nella città ideale del Lorenzetti, nel suo “Affresco del buon governo”, la sicurezza è nel monito di un angelo: “ senza paura ognuno franco cammini”. Cammina “franco e senza paura” il cittadino catanese? No, quindi Catania non è una città realizzata, gli manca il primo e più importante requisito per esserlo: la sicurezza. Catania è una città insicura che riserva ai suoi cittadini l’angoscia e la paura, a tal punto che molti catanesi considerano la città territorio ostile. In tal modo, viene a mancare quel rapporto sinergico e di fiducia tra cittadini e città. Sicurezza e decoro urbano fanno maturare nell’individuo e enlla società una sensibilità sociale e un senso civico che conducono a l la comunità verso un alto grado di dignità e di autocoscienza. E non è tanto la paura di un probabile danno fisico, morale ed economico a determinare la rottura tra città e cittadino, quanto l’angoscia del pericolo permanente e la consapevolezza della impotenza della città. E questa sfiducia determina quell’insicurezza che isola il cittadino e gli rende avversa la città. Il danno che emerge è danno che incide sulla vivibilità. Sono molte le inciviltà diffuse a Catania; comportamentali, materiali, burocratiche, istituzionali. Quelle più evidenti sono le prime, che appartengono al filone fisico, alle bande che scorrazzano con gli scooter nelle piazze, alle aggressioni di 10 contro uno, alle sparatorie fuori dalle discoteche, all’arroganza degli automobilisti che si trasformano in alieni incazzati, ai posteggi di individui sani ma arroganti e maleducati negli stalli riservati ai disabili, nelle auto lasciate nelle scivole per i disabili, all’immondizia lasciata in ogni angolo, al disprezzo per il prossimo, al disprezzo dei diritti altrui e via discorrendo. Creano insicurezza, angoscia, e , soprattutto, maturano nel cittadino la certezza della resa, che emerge dalla impunibilità dell’incivile. La tirannia della strada è un indicatore credibile del grado di (in)vivibilità. La mancanza di fiducia in un cambiamento e persino nell’azione repressiva dello Stato è la circolare velenosa che manda in pensione la speranza. Ogni città vive una doppia personalità,che possiamo definire la sindrome del dottor Jekyll: in sostanza, mentre il centro è il dottor Jekyll, bello, attraente, educato, civile, la periferia è Mr Hyde, brutto, orribile, violento, incivile. Catania fa eccezione: qui non esiste un doppio di Jekyll, qui è tutto Mr Hyde, perché sono violente il centro e la periferia; brutti il centro e la periferia; incivili il centro e la periferia. É una città che ha adottato modelli inqualificabili di vita e di socialità, che imposta tutto sulla fisicità e sui rapporti di forza, anziché sul ragionamento e sul diritto. É una città di carne, che vive di carne, si ciba di carne, e macella carne. Qui è radicata ed è affermata con successo l’antropologia della furbizia, che esclude le virtù e stabilisce una logica ferina. Qui il “ cittadino responsabile” discusso e inventato dall’Umanesimo e dal Rinascimento è stato soffocato dal “ particulare” di guicciardiniana memoria. Qui il sopruso, l’arroganza, la logica del più forte e del branco, sono diventati modelli educativi, e a volte persino istituzione. Nel ventre di quel Leviatano che ha divorato Catania, si è stipulato un patto tra cittadini e politica: da un lato la domanda di privilegi, dall’altro la domanda di consensi. Così il cittadino rimane indifferente al saccheggio politico della città, e il politico si adopera affinché l’interesse “ particulare” di chi gli dona consenso non sia minacciato. Tutto a danno della collettività, della città. Catania a partire dagli anni 60, gli anni dei “giovani turchi” di Nino Drago, ha scartato quelle virtù che discendono dalla morale, e si è abbandonata con autentico spirito levantino al mercato delle raccomandazioni, del nepotismo, della corruzione in senso lato. La qualità della vita, inutile girarci attorno, si misura con il grado di sicurezza, e non mi stupisco se Catania da moltissimi anni è in fondo alla classifica della vivibilità. Deve esserci un rapporto diretto tra il desiderio della città e la città reale. Le idee ci sono e sono tante, ma la politica in questa città è affare di casta, chiusa a doppia mandata, refrattaria ai confronti e sorda più dei calamari.Invio

Gianni Coppola.


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