di Giudo Libero Da qualche giorno il racconto prevalente sui media è uno solo: il centrodestra avrebbe perso le elezioni amministrative siciliane e nuovi equilibri politici starebbero emergendo all’orizzonte. È la narrazione di un sistema dell’informazione spesso incline a costruire analisi che inseguono il momento più che i numeri, figlie di quel principio non scritto del […]
Amministrative in Sicilia: il centrodestra non ha perso, semplicemente non ha vinto
Pubblicato il 10 Giugno 2026
di Giudo Libero
Da qualche giorno il racconto prevalente sui media è uno solo: il centrodestra avrebbe perso le elezioni amministrative siciliane e nuovi equilibri politici starebbero emergendo all’orizzonte. È la narrazione di un sistema dell’informazione spesso incline a costruire analisi che inseguono il momento più che i numeri, figlie di quel principio non scritto del “tengo famiglia” che troppo spesso sostituisce il rigore dell’osservazione con la convenienza del commento.Lo stesso circuito mediatico, sulla base di sondaggi dalla qualità spesso discutibile e costruiti su proiezioni lontane dal voto reale, ci racconta che i saltimbanchi della politica, De Luca e La Vardera, sarebbero ormai arbitri del futuro governo della Sicilia, mentre il fenomeno Vannacci, fino a ieri descritto come il generale destinato a guidare un esercito di consensi, oggi verrebbe ridimensionato a un modesto 2,5 per cento nell’Isola.
Ma la politica non si misura con le suggestioni e neanche con i like sui social e i sondaggi su commissione. Si misura con i voti.E i voti delle urne raccontano una storia diversa. Il centrodestra in Sicilia non ha perso: semplicemente non ha vinto.Se si esclude il caso di Messina, dove esiste una forza come Sud Chiama Nord che possiede un radicamento territoriale reale, il quadro che emerge nel resto della Sicilia è ben differente. Fuori dall’area messinese, infatti, quello stesso movimento fatica a imporsi autonomamente e spesso deve confondersi dentro coalizioni composite, seguendo il democristiano insegnamento di una volta con tizio e una volta con caio, per poter rivendicare risultati politici.Il vero dato che emerge è un altro: il centrodestra non viene sconfitto da un improvviso cambio di orientamento degli elettori, ma dalle proprie divisioni interne. Ripicche personali tra i gruppi dirigenti, logiche di posizionamento, regolamenti di conti e, soprattutto, l’incapacità del partito di maggioranza relativa, Fratelli d’Italia, di interpretare il ruolo di forza guida e garante della coalizione, come la Forza Italia della prima stagione berlusconiana sapeva fare, hanno prodotto la dispersione di un consenso che nelle urne continua a essere maggioritario.
Basta guardare ai dati di Agrigento e Bronte. Il voto reale, quello contato scheda dopo scheda, dimostra che il centrodestra raccoglie percentuali che oscillano tra il 40 e il 50 e più per cento, ma non riesce a esprimere il sindaco perché arriva diviso all’appuntamento elettorale. Divisioni che nascono, talvolta, dall’arroganza politica e, altre volte, dalla volontà di alcuni partiti o di alcuni leader di presentare il conto a qualche alleato o collega leader.Lo stesso ragionamento vale per Enna. Il successo del “barone rosso” Crisafulli , privato dello scudo del PD, non deriva soltanto dalla sua storica capacità di costruire consenso. Deriva anche e, soprattutto, dal fatto di essere riuscito ad attrarre pezzi di quel centrodestra che altri protagonisti della stessa coalizione hanno per anni emarginato o combattuto, favorendone così la fuoriuscita.Non appare casuale neppure il ridimensionamento politico di Raffaele Lombardo.
Dopo mesi di critiche alle politiche regionali su agricoltura e sanità, unite alla richiesta di maggiore peso nell’esecutivo siciliano, i risultati di Agrigento ed Enna, con le difficoltà registrate dai suoi uomini di punta, Di Mauro e Colaianni, rendono molto meno scontata la prospettiva di raggiungere quel 5 per cento che dovrebbe rappresentare la soglia della sua definitiva centralità politica.Così come non è privo di significato ciò che accade a Bronte, dove il progetto di rilancio politico di Castiglione viene fermato al ballottaggio da un candidato vicino all’area di La Vardera, il quale, però, appena chiuse le urne, svela tutta la fragilità della retorica antisistema dichiarando che “il 99 per cento delle cose che so le ho imparate” dal candidato dell’area firrarelliana. Una frase che dimostra come, spesso, dietro le etichette del cambiamento si nascondano le stesse culture politiche e gli stessi rapporti personali di sempre. Numeri delle urne dicono, quindi, La Verdera e il suo movimento non sono stati i protagonisti di questa tornata elettorale ma semplicemente i beneficiari di divisioni e screzi del centro-destra Siciliano.
La lezione di queste amministrative è, dunque, molto chiara. Se il centrodestra vuole continuare a governare la Sicilia deve restare unito. I suoi leader devono imparare a tollerarsi, ad abbassare i toni e a ritrovare il senso di un progetto politico comune che, quando si presenta compatto, continua a rappresentare la maggioranza dell’elettorato siciliano.Allo stesso tempo, gli scontenti dell’ultimo rimpasto del governo Schifani dovrebbero prendere atto di una verità elementare: gli statisti e i leader non si costruiscono in pochi mesi di Assemblea Regionale Siciliana, né attraverso le schermaglie di palazzo ole dichiarazioni ad effetto sui giornali. Si costruiscono con il consenso, con il radicamento e con la capacità di mettere l’interesse della coalizione davanti alle ambizioni personali e calcoli personali.
Ecco perché se qualcuno oggi, con ingenuità o per calcolo politico, invocherà il ritorno alle urne commetterà l’ennesimo peccato di superbia e di sciatteria politica continuando a fare il gioco di chi vuole alimentare retorica antisistema e populismo.Le urne, almeno questa volta, hanno detto proprio questo: il centrodestra non è stato battuto dagli avversari. Ha scelto, per l’ennesima volta, di complicarsi la vita da solo.


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