di Marco Iacona Se l’Italia fosse un paese normale – anzi, proprio un paese tout court – questa menata del giorno del ricordo, cioè della giornata dedicata alle vittime infoibate e agli esodati dal confine orientale, sarebbe finita da un pezzo. Se hai bisogno di istituzionalizzare un ricordo significa che di quel ricordo non te […]
Fuori i comunisti dalla scuola
Pubblicato il 28 Febbraio 2026
di Marco Iacona
Se l’Italia fosse un paese normale – anzi, proprio un paese tout court – questa menata del giorno del ricordo, cioè della giornata dedicata alle vittime infoibate e agli esodati dal confine orientale, sarebbe finita da un pezzo. Se hai bisogno di istituzionalizzare un ricordo significa che di quel ricordo non te ne fai mai nulla – gli altri giorni –, e che trasformi gli eventi legati a quella data un eterno caso politico. Se poi a contendersi l’importanza del “ricordo” sono fascisti del tutto disinteressati al destino altrui se non per fini politico-elettorali o di visibilità ideologica, e comunisti cioè rifiuti ideologico-filosofici (e la dico con educazione), ovvero intralci del e nel mondo, in vita per pragmatizzare il concetto che Weininger osava utilizzare per l’universo femminile – “se il mondo è male è perché è donna” – e per trasformarlo ne “se il mondo è male è perché è per buona parte in mano ai comunisti”, che poi come per i fascisti cosiddetti eterni li potremmo rinominare in altri modi: femministi, contestatori, ignoranti, opportunisti, scansafatiche, rompipalle-chic e quant’altro. Se insomma va così, allora siamo bell’e fritti.
A Catania, che non ci fa patire la sua mancanza accade che un pugno di studentelli – comunisti in senso lato: insomma tutti “lettori” di Pietro Martinetti filosofo che non giurò fede al fascismo – contestino l’ennesima conferenza sulle foibe (ne ho fatte a iosa, perfino una con Pogliese: ricorda senatore Salvuccio?), e contestano perché uno degli intervenuti si è esibito in un saluto romano. Scatta così l’allarme antifa, la discriminazione morale, la difesa del bene nella fortezza Bastiani del bene, e scatta il più che agevole posizionamento. Se lui, il tipo, fa il saluto fascista, io lo contesto, se lui è il male io sono il bene. Matematico. E via coi soliti slogan che significano praticamente, cioè materialmente, nulla: fuori i fascisti dalle scuole, questa scuola è antifascista, eccetera. Come se lì insegnassero ancora, che ne so, Cesare Pavese e Norberto Bobbio, ovvero fossero tutti maneschi come quelli che picchiano i poliziotti col martello.
Certo, fuori i fascisti dalle scuole, se violenti e se i loro metodi sono, diciamo così, non-democratici (ma quante virtù dovrebbe avere questa democrazia, a cui si imputa qualunque pregio?), ovvero non-tolleranti. Epperò, per una questione di numero, credibilità e rappresentatività, tipi così li chiamerei comunisti, ché renderebbe meglio l’idea di cristiani un po’ singolari, con 1. Conto in banca più o meno discreto; 2. Amicizie giuste (massoni compresi); 3. Verve esibizionistica non breve che… Mississippi levati; 4. Complesso del marchese del Grillo (io so’ io…); 5. Ignoranza sesquipedale spacciata per cultura marxiana; 6. Animus da buttafuori; 7. Visione e conoscenza del mondo – dei fatti del mondo o mondo della vita – da primo quadrimestre di prima media; 7. Criterio di correttezza per cui… se non mi dai ragione sei il nemico da sconfiggere; 8. Serietà da… facciamo qualcosa per me e per gli ultimi del mondo, in ogni caso meglio per me (non si sa mai). E via delirando, tanto di ingiustizie per cui doversi arrabbiare il mondo è pieno. Chi ha studiato direbbe che, loro, tra idea e realtà prediligono l’idea, bisognerebbe però vedere quale idea. Ma di questo sarebbe bene chiedere ancora a loro, se accettassero un confronto egualitario.
Questi comunisti…





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