Guia Jelo dalla giudice di ‘The bad guy’ a ‘ Drag queen’ nel nuovo spettacolo al Piccolo Teatro della Città di Catania


Pubblicato il 17 Gennaio 2025

“Sì, sono una drag queen. Come gli uomini, ma non sono maschile”. Guia Jelo si prepara a debuttare dal 24 gennaio, al Piccolo Teatro della Città di Catania, con lo spettacolo ‘Eva Peròn’, in un ruolo esuberante, appariscente, grottesco, in simbiosi e in bizzarra e spregiudicata combutta con la navigata attrice Rossana Bonafede. “Che bello – ci dice – il mio borghesissimo ed esasperato ruolo nel suo tono di grande, grottesca, camuffata finezza, in netto contrasto con la mia truce e malconcia Giusi Corifena di ‘The bad guy’”, serie di successo prodotta da Amazon. “Sono molto cattiva – racconta – come mi ha voluta in questo spettacolo, ma con un colpo di scena sentimentale emotivo alla fine, il grande amico fraterno Camillo Sanguedolce, regista e artista che ha riadattato il testo da Copi e mi ha voluta a tutti i costi. Io sono stata molto reticente all’inizio, non ero del tutto convinta.

Chi sa? Bizze di insicurezze di attrice? E allora lui mi ha detto, quasi in lacrime, che per interpretare il personaggio della madre, con cui Evita (Rossana Bonafede) si confronta e scontra, non vedeva nessun’altra attrice in grado di dare spessore, dinamicità e profondità a quel ruolo. E no, l’ho voluto fare io! Quest’io che abbonda nella stesura della messa in scena, in una sottolineatura interpretativa altisonante. E adesso – prosegue – è davvero tutto molto divertente e accattivante in questa bizzarrissima ed esagerata commedia! Evviva, esagerata come me…!!! Una commedia, vietata ai minori di 16 anni, surreale, trasgressiva, venata di una cattiveria sfacciata e attraversata anche da momenti noir. Il mio personaggio, la madre di Evita e me stessa, che ormai siamo diventate una cosa sola, attraversiamo sempre la scena e possediamo il palcoscenico, dice il mio regista, con la nostra carica di comicità trasversale esplosiva. E, devo dirlo, con movenze quasi inedite nel mio repertorio di personaggi popolari”. 

Un ruolo che le è stato cucito addosso dal regista. “Camillo – prosegue Guia Jelo – ha scritto un monologo che proietta il mio personaggio in un’altra dimensione: drammaticamente vera, quasi autobiografica, di madre egocentrica, in eterno conflitto con la figura della figlia, in cui Evita si trasfigura nella mia amata Giovanna Adelaide, mia figlia nella realtà, in un cortocircuito che mi fa spogliare del personaggio per mostrarmi come madre e come donna, provando un languore che mi strugge e mi inquieta, facendomi paura! Mi sto divertendo moltissimo in questo personaggio dalle mille sfaccettature. Sappiate che lo spettacolo è molto brillante, divertente, ‘indecente’, dai risvolti spiazzanti, se pur nel suo lato culturale. Una prova complessa la mia, sia sul piano emotivo, mentale che su quello fisico. E che? Mi devo fermare? Ma quando mai! Mi rende viva, vitale”.Lo spettacolo ha anche il pregio di aver coinvolto interpreti con cui Guia Jelo ha condiviso gli anni della formazione. “Il regalo che mi è stato fatto, che credo non sia casuale – racconta – è che siamo tutti compagni di Accademia del Teatro Stabile di Catania, la gloriosa accademia ‘Umberto Spadaro’ degli anni ’70. Lo siamo le due protagoniste: io e Rossana Bonafede, una grande emozionante Evita, Filippo Brazzaventre, con cui siamo stati cooprotagonisti in ‘storici’ spettacoli, e anche il regista Camillo Sanguedolce, anche interprete nel ruolo di ‘Peròn’. Sono particolarmente felice di avere accanto la mia compagna di accademia e di scena, Rossana Bonafede. Tra noi attrici si dice sempre che ci sia astio, rivalità. E che palle! Non è vero! Soprattutto quando si lavora con persone buone e bravissime come Rossana, da me ammirata e apprezzata da anni, in uno spettacolo con la regia di Gisella Calì, dove lei interpreta Liza Minnelli. Nello spettacolo c’è pure un mio allievo, adesso collega, Marco Sambasile, il cui percorso di maturazione mi gratifica sempre di più”. Infine, quella sana apprensione che accompagna ogni debutto. “Lo confesso – racconta – Sono una persona pavida, nel senso che ho paura del pubblico, ma principalmente di me stessa.

E quello che è più feroce come dolore, dentro di me, è l’idea di deludere il regista che mi ha voluta, assieme al Teatro della Città, che io ringrazio, perché credo che in questo spettacolo potrei dare il meglio di me stessa. Anzi, il diverso della solita me stessa! Abbiamo lavorato tutti in sinergia, con slancio e molta fantasia, in una regia che è un mix sinergico di emozioni, comicità, spregiudicatezza e cattiveria, con i canoni d’altronde dello stesso maestro che abbiamo avuto in Accademia, Giuseppe Di Martino, che ci ha insegnato che prima di tutto viene il pubblico, che non deve guardare l’orologio ma si deve emozionare e pensare alla fine: ‘Mannaggia è finito, lo voglio rivedere!’. Ah, dimenticavo! Peccato che mi si vedrà inseguire in palcoscenico un uomo “nudo”, il bel tenebroso Sebastian Beverie, ma, ahimè, senza poi nulla di fatto…ma che posso farci!? Alla mia età!?”. Guia ride sonoramente e dice: “Ma che lavoro meraviglioso che facciamo noi attori!”.  


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