Il garantismo a corrente alternata


Pubblicato il 02 Settembre 2026

Oggi, a fare comunicazione, non ci si sta dietro. Non perché i fatti cambino troppo velocemente, ma perché cambiano con una velocità persino maggiore i princìpi con cui pretendiamo di interpretarli.
Per anni abbiamo giustamente condannato una certa stampa sensazionalista, ossessionata dalla nazionalità di chi commette un reato e sempre pronta a trasformare la responsabilità individuale in una colpa collettiva. Poi accade un fatto terrificante: una ragazza di tredici anni subisce una violenza e l’indagato torna immediatamente a essere “il bengalese”. Lo diventa persino nel racconto di alcune femministe di sinistra che, fino al giorno prima, consideravano l’indicazione della nazionalità una forma di propaganda.
La stessa incoerenza riguarda la magistratura.
Abbiamo sempre fatto comunicazione contro quella stampa che trasforma ogni indagine in una condanna e ogni provvedimento giudiziario in un titolo costruito per provocare rabbia. Nel frattempo, una certa sinistra ha elevato la magistratura a una sorta di santità laica, sottraendola a qualsiasi critica e invitando a votare No al referendum.
Adesso, davanti a un provvedimento di scarcerazione che ci indigna, il copione viene improvvisamente rovesciato: la magistratura, fino a ieri intoccabile, diventa immediatamente irresponsabile, complice o addirittura nemica della vittima.
Ma i princìpi o sono princìpi oppure sono soltanto oggetti di scena.
Io non ho mai sostenuto che la magistratura sia immune da errori o da comportamenti gravissimi. Al contrario: al referendum avrei certamente votato Sì proprio perché ritengo che alcuni suoi atteggiamenti meritassero una censura politica e istituzionale netta. Ma questa posizione mi impone oggi di essere coerente.
Prima di stabilire che un giudice abbia sbagliato, bisognerebbe almeno leggere il provvedimento di scarcerazione. Capirne le motivazioni. Verificare quali elementi fossero disponibili, quali esigenze cautelari siano state valutate e quale principio di diritto sia stato applicato.
Dopo possiamo contestare tutto: la decisione, il ragionamento, l’interpretazione della legge e perfino l’adeguatezza delle norme. Ma prima vengono gli atti e poi le opinioni. Non prima il tam-tam di stronzate sui social e, forse, molto dopo, la conoscenza dei fatti.
Il punto non è difendere quella decisione senza conoscerla. Il punto è esattamente l’opposto: non possiamo condannarla senza conoscerla.
La verità è che a molti della magistratura, dei suoi limiti e delle sue responsabilità non importa assolutamente nulla. Se fosse importato davvero, avrebbero affrontato il tema quando si discuteva del referendum, invece di rifugiarsi nella sua santificazione preventiva. Oggi scelgono la delegittimazione altrettanto preventiva. È la medesima superficialità, semplicemente con il segno opposto.
Non interessa correggere il sistema: interessa individuare il nemico del giorno. Non interessa capire: interessa condividere. Non interessa la giustizia.
Interessa soltanto fare casino.

Iena giudiziaria.


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