La liturgia antimafiosa delle commemorazioni di Pippo Fava, serve una svolta: istituire un premio al “demerito” giornalistico


Pubblicato il 01 Gennaio 2025

Arriva, come ogni anno, il 5 gennaio, con la “Caserma Antimafiosa” e tutto il resto dei riti. Un’altra faccia della catanesità, sedicente “alternativa”.

Dicono che la Catania del 5 gennaio 2025 sia tanto diversa da quella del 5 gennaio 1984.

Lunga vita a tutti i veri Eretici di questo tempo di merda.

di Iena Anti Antimafiosa.

C’era una volta un giornalista. C’era una volta una città. C’era una volta la mafia. C’era una volta un giornalista che lavorava in una città governata dalla mafia. C’era una volta un giornalista che fu assassinato nella città governata dai Cavalieri dell’apocalisse mafiosa solo perché “fimminaro”.

La fiaba da raccontare ai “giovani”, (soprattutto a quelli che pensano ancora di potersi affacciare nel mondo professionale del giornalismo sperando di poter ripercorrere le orme di Pippo Fava) potrebbe iniziare così. Ma il 5 gennaio è ormai diventato una data da liturgia “antimafiosa”, celebrata in prima linea da chi consente ancora che i giornalisti guadagnino 2 euro a pezzo, senza garanzie, senza futuro.

Dopo 41 anni, nel luogo dove fu ucciso Fava il 5 gennaio 1984, resta solo una lapide e un sexy shop. Per chi crede nel karma e nell’inconscio collettivo, potrebbe trattarsi di un chiaro messaggio riferito agli “attivisti antimafia” o a quelli col papà che finanzia l’hobby del “giornalismo d’inchiesta” del figlio: dopo la rituale cerimonia commemorativa e la deposizione della corona di fiori possono facilmente acquistare, in totale anonimato e nel rispetto assoluto della privacy, un lubrificante che possa ancora una volta facilitare la metaforica presa di dietro da parte del “sistema”.

Per quello che riguarda gli esecutori e i mandanti dell’omicidio di Pippo Fava, è chiaro ormai dal 1998 che “ha stato la Mafia”. Oggi, infatti, Catania è una città migliore, non omertosa e soprattutto popolata da cittadini consapevoli che leggono i giornali. Anzi scusate, che leggono i titoli dei giornali sui social.

Dopo anni di quasi-monopolio cianciano arrivò il “webbe”, con tutta la ventata di ottimismo legato alla possibilità di “fare giornalismo” libero. Le testate giornalistiche “on line”, quelle che avrebbero dovuto rivoluzionare l’informazione, sono ormai ridotte a CMS (acronimo albionico che sta per sistema di creazione di contenuti), i giornalisti sono “fluidi”, non nel senso dell’orientamento sessuale: si dileguano proprio quando c’è una notizia. Immaginatevi Pippo Fava fare il giornalista a Catania in questi anni, proprio gli anni in cui viene celebrato un modo di fare giornalismo che non esiste più.

Cosa resta di Pippo Fava nella Catania del 2025 a 41 anni del suo omicidio? Solo premi, targhe al merito e un’informazione nelle mani di personaggi scandalosi.

Ancora una volta saremo costretti ad assistere a dibattiti, agli incontri, alle passerelle e soprattutto alle testimonianze dei “giornalisti” in prima linea. Va bene così. Sarebbe opportuno quindi, per gli anni a venire, che durante le manifestazioni a ricordo del fondatore de “I Siciliani”, si cominciasse a parlare di come “non” si fa giornalismo. Pippo Fava fu ucciso proprio perché non “faceva” il giornalista.

Quindi, per celebrarlo in modo corretto bisognerebbe istituire un premio in negativo, un riconoscimento al “demerito giornalistico” da conferire al professionista che più di ogni altro si contraddistingue per il suo lavoro di m… al servizio dei clic sui social. E sarà una bella lotta perché i concorrenti sono tanti, troppi.


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