La rivolta di Catania: “Non toccateci la carne di cavallo”


Pubblicato il 19 Febbraio 2026

La città etnea insorge contro le proposte di legge che vorrebbero vietare la macellazione degli equini. Tra tradizione, economia e identità culturale, il capoluogo siculo difende uno dei suoi simboli gastronomici più radicati.
“Non toccateci a puppetta”. È questo il grido che si leva dalle strade di Catania, dai mercati rionali, dalle bracerie e dalle storiche paninerie della città ai piedi dell’Etna. A scatenare la protesta sono tre proposte di legge attualmente in discussione che vorrebbero vietare la macellazione degli equini, equiparandoli agli animali d’affezione. Una prospettiva che, nel capoluogo etneo, suona come un attacco diretto all’identità culturale e gastronomica di un’intera comunità.

Una tradizione che vale milioni.

Secondo quanto riportato dall’agenzia ANSA, la Sicilia è quinta in Italia per consumo di carne equina — dopo Lombardia, Puglia, Campania ed Emilia Romagna — ma primeggia a livello nazionale per allevamenti (23,53%) e capi prodotti (17,61%), stando ai dati di Animalequity. Catania, in particolare, rappresenta un caso unico nel suo genere: la carne di cavallo è presente in ogni ristorante, sulle griglie dei rivenditori sparsi per la città e nei banchi dei mercati rionali.

La via Plebiscito è il cuore pulsante di questa tradizione, dove la celebre “polpetta a puppetta” — carne macinata impastata con pangrattato, formaggio, uova e prezzemolo, cotta alla brace — è un rito quotidiano per residenti e turisti.L’impatto economico è tutt’altro che trascurabile. Dario Pistorio, presidente di Fipe Confcommercio Catania, ha dichiarato all’Ansa che “ci sono 300 locali collegati alla carne di cavallo, tra trattorie, street food e bracerie”, con un fatturato annuo stimato tra i 2 e i 4 milioni di euro.

A questo si aggiunge che almeno tre turisti su dieci che arrivano in città assaggiano la carne di cavallo come piatto tipico.Le voci dalla cittàIl sindaco di Catania, Enrico Trantino, ha espresso con chiarezza la sua posizione: “Mi sembra ci sia tanta ideologizzazione nelle proposte di legge di vietare ‘tout court’ il consumo di carne di cavallo. Occorre valutare bene senza pregiudizi né preconcetti ideologici”, dichiarando alla stessa agenzia che non si possono sacrificare antiche tradizioni e usanze sull’altare di un presunto conformismo, anche gastronomico.

Sulla stessa lunghezza d’onda il presidente regionale di Confagricoltura, Rosario Marchese Ragona: “Va detto che c’è un comparto, tante famiglie, che basano la propria economia sulla carne di cavallo come prodotto alimentare. Il cibo è cultura, tradizione”. A dare voce alla memoria storica è Rosa Spampinato, titolare della storica panineria ‘Na Za Rosa’, che con 83 anni e 65 di attività alle spalle afferma con orgoglio: “Nessuno deve permettersi di toglierci il piacere di mangiare la carne di cavallo. Non si ‘gioca’ con il lavoro di tante persone, innanzitutto i ‘chianchieri’, i macellai”.

Dal Tondicello della Plaia, storico quartiere marinaro della città, arriva la testimonianza di Santo Di Mauro, macellaio da una vita intera: “Vengono centinaia di persone al giorno a mangiare la nostra carne di cavallo da ogni angolo della Sicilia. Sono più gli stranieri — francesi, spagnoli, americani, coreani, cinesi — che amano mangiarla. Il cavallo piace tantissimo ai turisti”.

Identità contro ideologia

Il dibattito che si accende attorno a questa vicenda tocca nervi scoperti che vanno ben oltre la gastronomia. Da un lato, le istanze animaliste che spingono per una revisione del rapporto tra l’uomo e gli equini, tradizionalmente considerati animali da lavoro o da compagnia in molte culture. Dall’altro, una comunità che vede in quelle proposte di legge non solo una minaccia economica, ma un tentativo di cancellare secoli di storia e di identità collettiva.Il confronto è aperto. E a Catania, per ora, la risposta è chiara: la “puppetta” non si tocca.

Iena che osserva.


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