Leone XIV contro la dottrina Trump-Vannacci: l’ultimo gigante difende l’uomo dai nuovi padroni del mondo


Pubblicato il 04 Giugno 2026

C’è qualcosa di paradossale nel tempo che stiamo vivendo. Mentre in gran parte dell’Occidente tornano a farsi strada nazionalismi, politiche identitarie e rapporti di forza sempre più aggressivi, una delle critiche più forti a questa deriva arriva non dalla politica, ma dalla Chiesa cattolica. Può sembrare sorprendente, ma oggi uno dei confronti più significativi sul futuro delle nostre società è quello tra Donald Trump e Papa Leone XIV.Non è soltanto una questione politica. In gioco ci sono due idee profondamente diverse di uomo, di comunità e di futuro. Da una parte una visione fondata sulla centralità della nazione, sulla competizione e sulla difesa dell’interesse particolare; dall’altra una prospettiva che continua a richiamare il valore della cooperazione tra i popoli, della solidarietà e della dignità universale della persona.
Con la sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, Leone XIV non sceglie la strada delle mezze parole. Condanna il ricorso alla forza come strumento di regolazione dei rapporti internazionali e richiama con decisione la necessità di un multilateralismo autentico, capace di rafforzare il ruolo delle istituzioni sovranazionali e della cooperazione internazionale. Allo stesso tempo prende posizione contro le politiche di esclusione verso migranti, rifugiati ed emarginati, ribadendo che la dignità umana non può essere subordinata alla convenienza politica o al calcolo elettorale.
Questa contrapposizione trova una sua evidente declinazione anche in Italia. Con la nascita del movimento “Futuro Nazionale”, il generale Roberto Vannacci si propone come interprete di una cultura politica che pone al centro identità nazionale, controllo delle frontiere e critica alle istituzioni sovranazionali. Temi come la “remigrazione” e il rafforzamento dell’identità culturale non nascono nel vuoto, ma si inseriscono in una corrente che attraversa molte democrazie occidentali e che trova nella leadership di Trump uno dei suoi riferimenti più influenti.
Tuttavia il terreno più delicato di questo confronto non riguarda soltanto l’immigrazione o i rapporti tra gli Stati. Riguarda il potere. E soprattutto il nuovo potere.
Nella sua enciclica, Leone XIV riprende molte delle intuizioni di Papa Francesco e le porta dentro la grande trasformazione tecnologica che stiamo vivendo. Il Papa individua nelle grandi piattaforme digitali e nei colossi dell’intelligenza artificiale una concentrazione di potere senza precedenti. Un potere privato, spesso opaco, che sfugge ai tradizionali meccanismi di controllo democratico e che influenza sempre più profondamente la vita quotidiana di miliardi di persone.
La tecnologia non è neutrale. Può curare, educare, connettere, semplificare la vita e creare nuove opportunità. Ma può anche ampliare le disuguaglianze, alimentare nuove forme di dipendenza e concentrare ricchezza e capacità decisionale nelle mani di pochi soggetti globali. È difficile non vedere come una parte crescente della nostra esistenza venga ormai mediata da piattaforme, algoritmi e sistemi che nessun cittadino ha realmente scelto e che pochissimi sono in grado di controllare.
È proprio qui che il messaggio del Pontefice diventa particolarmente interessante. La sua critica non è rivolta alla tecnologia in sé, né rappresenta una nostalgica difesa del passato. Al contrario, Leone XIV riconosce il valore dell’innovazione, ma rifiuta l’idea che il progresso tecnico coincida automaticamente con il progresso umano. È una distinzione che spesso la politica dimentica.
Quando il dibattito pubblico si riduce alla contrapposizione tra chi vuole meno regole e chi ne invoca di più, si perde infatti la domanda fondamentale: chi esercita il potere e nell’interesse di chi lo esercita? Oggi questa domanda non riguarda soltanto gli Stati, ma anche le grandi aziende che controllano dati, infrastrutture digitali e sistemi di intelligenza artificiale.
Per questo la distanza tra la visione rappresentata da Trump e quella proposta da Leone XIV appare così netta. Da una parte prevale la fiducia nella competizione, nel mercato e nella riduzione dei vincoli. Dall’altra emerge la convinzione che la politica e le istituzioni democratiche debbano continuare a svolgere una funzione di governo e di indirizzo, soprattutto quando sono in gioco diritti fondamentali, libertà individuali e beni comuni.
Che si condividano o meno le sue posizioni, il Papa ha il merito di riportare al centro questioni che troppo spesso vengono considerate inevitabili o già decise. In un’epoca segnata da guerre, crisi migratorie, rivoluzione digitale e crescente concentrazione del potere economico, il suo richiamo alla dignità della persona rappresenta una delle poche voci capaci di guardare oltre il breve termine.
La vera sfida, in fondo, non è scegliere tra tecnologia e umanesimo, tra globalizzazione e identità, tra sicurezza e accoglienza. La sfida è impedire che il potere, qualunque forma assuma, perda di vista l’uomo. Perché quando la tecnica corre più veloce della coscienza e il potere cresce più rapidamente della responsabilità, il rischio non è soltanto quello di costruire società meno libere. È quello di smarrire il senso stesso della nostra umanità.                                                  MARTINA MOLINO.


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