di Guido Libero C’è una regola non scritta che attraversa la storia della politica e della natura umana: lo sciocco non ammette mai i propri errori. Non potrebbe farlo, perché significherebbe riconoscere un limite che il suo ego gli impedisce perfino di intravedere. Così, quando viene messo alle corde dai fatti, sceglie la scorciatoia dell’insulto.L’accusatore diventa […]
Lo specchio dello sciocco
Pubblicato il 03 Agosto 2026
di Guido Libero
C’è una regola non scritta che attraversa la storia della politica e della natura umana: lo sciocco non ammette mai i propri errori. Non potrebbe farlo, perché significherebbe riconoscere un limite che il suo ego gli impedisce perfino di intravedere. Così, quando viene messo alle corde dai fatti, sceglie la scorciatoia dell’insulto.
L’accusatore diventa un opportunista. Il critico è un invidioso. Chi dissente lo fa perché ambisce al suo posto. È il più elementare dei meccanismi psicologici: attribuire agli altri le proprie ossessioni. Chi vive di opportunismo vede opportunisti ovunque; chi misura tutto in termini di potere immagina che ogni uomo sia mosso esclusivamente dalla brama di occupare una poltrona.
La politica, purtroppo, offre ogni giorno esempi di questa miseria intellettuale. Invece di rispondere alle contestazioni, si costruisce un nemico immaginario. Invece di spiegare i propri comportamenti, si processano le intenzioni altrui. È una strategia antica quanto inefficace: spostare il dibattito dalle azioni alle persone.
Lo sciocco, però, commette un errore ancora più grande. Non comprende il silenzio di chi gli sta accanto. Scambia l’assenza di repliche per solidarietà, quando spesso è soltanto imbarazzo. Gli amici tacciono perché non trovano argomenti per difendere ciò che è indifendibile. E lui, incapace di cogliere quel silenzio assordante, si lancia da solo in una difesa scomposta che finisce per aggravare la propria posizione.
Vi è poi un particolare che rende certe vicende quasi emblematiche. Se le critiche arrivano da un magistrato che conclude una lunga carriera, un uomo che non ha campagne elettorali da affrontare, incarichi da conquistare o favori da chiedere, attribuirgli secondi fini appare quantomeno esercizio di fantasia. Chi è prossimo a lasciare la scena istituzionale ha poco da guadagnare e molto da perdere nel parlare. Proprio per questo, le sue parole meritano di essere ascoltate, non liquidate con slogan.
Se, invece, a reagire è qualcuno il cui principale titolo di riconoscibilità è il cognome che porta, il contrasto diventa quasi didascalico. La credibilità non è un bene ereditario. Non passa di padre in figlio come un patrimonio familiare. Si costruisce con il carattere, con le scelte, con il coraggio di confrontarsi con i fatti.
È qui che emerge la differenza tra autorevolezza e autorità. La prima nasce dal percorso personale; la seconda, quando è solo riflessa, dura finché dura l’ombra di chi l’ha generata.
La politica dovrebbe essere il luogo della responsabilità. È diventata troppo spesso il teatro delle proiezioni, dove ogni critica è descritta come complotto, ogni dissenso come tradimento e ogni voce libera come un pericolo da screditare.
Ma i fatti hanno un pregio che le parole non potranno mai cancellare: restano. E quando i fatti parlano, gli insulti servono soltanto a certificare l’assenza di argomenti.
Per questo la morale è tanto semplice quanto severa: il potere può essere ereditato, un cognome può aprire molte porte, ma né l’uno né l’altro bastano a rendere un uomo credibile. Chi risponde alle critiche con l’offesa, anziché con le ragioni, non difende la propria reputazione. Ne rivela, semplicemente, i limiti.




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